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Educare al riconoscimento e alla valorizzazione delle differenze 2020
Conversazione con Roberto Riseri.

Educare al riconoscimento e alla valorizzazione delle differenze, progetto coordinato dal Comune di Parma di cui Lenz è parte attiva dal 2016, nell’anno scolastico 2019-2020 è stato rivolto alle classi 3C della scuola primaria Anna Frank e 4A della scuola primaria Ulisse Adorni di Parma. Dei dodici incontri previsti con ciascun gruppo di bambini, cinque sono stati realizzati in presenza mentre i restanti, a causa dell’emergenza sanitaria, hanno avuto uno sviluppo online. Roberto Riseri ha ideato e condotto questi laboratori.

Il titolo Educare al riconoscimento e alla valorizzazione delle differenze è estremamente chiaro nell’indicare l’obiettivo del progetto. Quale idea di educazione e di differenza cerchi di realizzare, nel lavoro teatrale con i bambini?
La prima cosa che chiedo, appena entro nelle classi, è il rispetto reciproco tra gli allievi. Il nostro lavoro muove le emozioni più profonde, talvolta propongo ai bambini esercizi che inevitabilmente possono metterli in imbarazzo: in questi casi il non-giudizio è fondamentale, devono sentirsi liberi di essere “ridicoli” senza paure, devono accettarsi e accettare i compagni che, analogamente, si stanno mettendo in gioco. Uso sempre la metafora dell’album di figurine: la collezione è ricca e completa solo se ho raccolto figurine tutte diverse, dico loro dell’importanza di essere tutti diversi per dare valore a tutto il gruppo. La diversità è un valore e va accolta: chi vorrebbe un album con figurine tutte uguali?

Nella trasformazione dei percorsi di quest’anno dalla tradizionale modalità live a quella telematica cosa si è perso? E cosa si è scoperto?
Dal mio punto di vista credo di aver perso molto: fondamentale credo sia il contatto fisico, lo sguardo, la possibilità di vivere la scuola in una forma diversa, trasformando un corridoio, una palestra o semplicemente l’aula in uno spazio poetico. Arrivare, spostare gli arredi scolastici, invadere lo spazio con la musica e vedere piccoli corpi che si muovono, si abbracciano o stanno immobili e, partendo da qui, creare minime sequenze. Sfortunatamente questo lavoro è impossibile, online. Inizialmente mi sembrava inconcepibile passare alla modalità telematica: come si può fare teatro sul pc? Poi sono entrate in campo la creatività e la sfida. Abbiamo spostato il focus sullo sguardo, sulla mimica e abbiamo provato a trasformare un oggetto come il pc in una finestra sulle case degli allievi: a quel punto abbiamo trovato nuove strade creative. 

Come avete agito teatralmente i temi della libertà e del desiderio che hanno connotato le esperienze di quest’anno?
Abbiamo lavorato sul tema della libertà e della violenza imposta dalla libertà negata, decisamente attuale in questo periodo, istituendo un parallelo con quelle negate, in passato, mediante violenza e morte. Nei due video che abbiamo realizzato a conclusione dei percorsi abbiamo trattato tutto ciò con delicatezza, attraverso parole poetiche. Nelle ultime lezioni live abbiamo lavorato con entrambe le classi sulla costruzione di semplici oggetti con i quali inventare e interpretare brevi storie. In una fase successiva l’oggetto è stato scelto da me: l’indicazione per i bambini era di raccontare una storia partendo dall’elemento dato, in questo caso una barca di carta e una girandola. Due oggetti immediatamente riconducibili all’infanzia: la barchetta del soldatino di piombo per compiere viaggi e vivere avventure e la girandola mossa dal vento, a evocare cambiamenti e corse tra i prati.

Due domande di metodo, per finire. La prima: sembri applicare un approccio maieutico, di adulto che dà avvio a un’azione che i bambini sono invitati a far accadere autonomamente. Quali specifiche attenzioni richiede, tale attitudine?
Parto sempre con un programma, pianifico la lezione per punti e tematiche che voglio affrontare e scelgo le musiche che accompagneranno gli esercizi ma molte volte, anzi quasi sempre, il lavoro prende una forma inaspettata. Credo che qui stia il momento più interessante: accogliere la proposta del gruppo, che improvvisamente sposta il lavoro in un’altra direzione, assumendo un’identità propria. D’improvviso tutto quello che ho pensato in precedenza non funziona più, va ricostruito nel presente: in quel momento si mettono le basi per elaborare l’esito finale, che non è mai costruito a tavolino ma segue l’identità della classe/gruppo.

La seconda: cosa della tua esperienza come interprete di numerose creazioni performative di Lenz Fondazione si trasfonde, in questo ambito di esperienza?
Credo che l’esperienza da performer sia stata fondamentale per la costruzione di una grammatica del corpo e dello spazio: apprendere un rigore e una concentrazione continui, imparare ad abitare lo spazio anche quando non si sta “facendo nulla”, riconoscere la sacralità dello spazio scenico e l’importanza del costume, dell’oggetto e della continua riflessione sulla parola. Cosa più importante: non accontentarsi mai della prima soluzione trovata, avere il coraggio di ricominciare ogni volta da capo accogliendo anche la frustrazione. Essere prima di tutto allievo -e continuare ad esserlo- per poi trasmettere a nuovi allievi la nostra esperienza.

Parma, 9 giugno 2020