URFAUST
dal Faust di Wolfgang Goethe

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Trasduzione delle tre stesure dell' Opera Goethiana

 


L’ Urfaust, la prima stesura dell’opera di Goethe è l’oggetto dell’indagine drammaturgica nel primo anno del progetto triennale. La ricerca dell’Ur – l’origine del primo accesso all’opera faustiana, ha svelato l’esistenza di un grande raccordo tra l’artificiale romantico della fiaba popolare tedesca – le saghe riscritte dai Fratelli Grimm, e il tentativo di tragedia "nuova" perseguito da Goethe.

Lo svelamento prende forma nella Canzone dell’Uccellin-Bambino, tratta dalla fiaba Il ginepro, intonata da Margherita nella scena finale del carcere. La canzone racchiude gli elementi fondanti della fiaba: la violenza, l’asprezza, la sanguinosità delle parole e delle azioni preannunciano e originano la resurrezione della vittima in un nuovo mondo riarmonizzato. Ma il tragico moderno-romantico del Faust goethiano dopo essersi nutrito del cibo popolare si arresta alla soglia della resurrezione e condanna Margherita ad una morte senza riscatto, precipitandola nel caos della follia, nella disarmonia senza salvezza e senza amore.

Tracce melodiche solcano la ragione stratificata dalla memoria nella scrittura sonora di Adriano Engelbrecht. Ur: un unico esecutore per più strumenti musicali. Inganno dell’udito, artificio della tecnica l’insieme sonoro: una sola mano disegna l’incanto di quartetti d’archi, trii di mandolini, chitarre, dulcimer. Seguire le tracce, come orme di suoni, e verticalizzare il cammino verso l’alto in fioriture e guglie sedotte dall’ur–sensato procedere melodico. Tutto in un orecchio i tratteggi sonori, cumuli sensibili di cuori avari e voci cantanti, tutto nel ventre.

Note di regia di Maria Federica Maestri

Si muoveranno montagne di peccati amorosi, di preghiere salvifiche, di delitti inespiabili. Vita maledicta nella passione del corpo, nella derisione dell’onta, nella profanazione dell’anima. Così la morte e la fanciulla. Il genio è nella fiaba, il tutto è nel Ginepro dei magnifici Fratelli delle saghe, lì la sorgente dell’inganno, l’antico artificiale, il falso popolare. La canzone dell’uccellin-bambino rosso come il sangue e bianco come la neve, inneggia alla virtù ferita. E’ quella melodia intonata dall’aguzza Margherita a sforbiciare l’ultima ora della vita. Preghiera di romantica vendetta. Sola beata felice e piangente, la metamorfosi dei più vecchi, Filemone e Baucide, che eterni si ameranno con abbracci di rizomi e carezze di apparati radicali. Del rissoso cor faustiano cosa rimarrà? Il grande grosso petto di Lilith, chioma maligna, spirito in eterna caccia di maschi soli. La bella e bianca pura e senza onore Elena, d’uovo nata e dagli dèi e dagli umani odiata e la gugliosa e senza argento Margherita, sesto acuta, duomo di se stessa, entrambe d’illusione libresca perdute nell’incerto giovane maschio e vecchio femmina Faust, imitatore pavido d’amore ed eroe dei peccati capitali.

 

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