Catharina von Siena


8 marzo 2026 | ore 10.00 - 24.00 | Streaming


Riscrittura, imagoturgia | Francesco Pititto

Composizione, installazione, involucri | Maria Federica Maestri

Musica | Andrea Azzali, Adriano Engelbrecht

Interprete | Sandra Soncini

Performer | Carlotta Spaggiari, Tiziana Cappella

Cura tecnica | Alice Scartapacchio, Giulia Mangini

Cura progetto | Elena Sorbi

Organizzazione | Ilaria Stocchi

Ufficio stampa e comunicazione | Elisa Barbieri

Diffusione e promozione | Alessandro Conti

Documentazione fotografica | Elisa Morabito

Produzione Lenz Fondazione

Parma, Lenz Teatro, Habitat Pubblico, dal 15 giugno al 24 giugno 2022




Già allestito dall’ensemble in tre differenti versioni nel 1987, nel 2000 e nel 2004, è un dramma incompiuto che rimane significativo nel percorso artistico di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto, perché nel furore adolescenziale delle prime apparizioni, nella sofferenza delle visioni giovanili, nell'estasi mistiche della maturità si rispecchiano in autentico ritratto le età poetiche di Lenz Fondazione.


Nella versione 2022 la protagonista rimane sempre Sandra Soncini - ‘interprete estrema' dell’opera -, accompagnata dalle performer Carlotta Spaggiari e Tiziana Cappella, mentre il disegno sonoro di Andrea Azzali rielabora le musiche della precedente versione create insieme ad Adriano Engelbrecht. Nel teatro mistico lenziano il riferimento alla Santa di Siena è puramente immaginario: da iniziale tragedia di una pittrice, Catharina von Siena diventa la lotta di una santa che combatte le tentazioni con la penitenza e le ingiustizie del mondo con la preghiera. La nuova versione traduce artisticamente l’intensità della prassi spirituale di Santa Caterina, trasformandola in riverbero mistico della liberazione e affermazione del corpo contemporaneo, indisciplinato, difforme, irregolare e marginale.


Nell’invenzione drammaturgica, Caterina affonda in un paesaggio biografico distorto, dove insieme ad alcune figure assunte dall’agiografia della santa ne compaiono altre inattese, quali quella del Correggio, vissuto secoli dopo, in una mescolanza esaltante di imprecisioni letterarie e fraintendimenti storici tipici del Romanticismo tedesco e della scrittura immaginifica di Lenz.


Nell'installazione composta di dieci lavabi incolonnati in cui scorre il verbo cromatico del doppio viso di Gesù – un giovinissimo Cristo giovane nel Tempio (1513) e una Testa di Cristo incoronata di spine (1521), si scolpisce il tempo dell’azione mistica: Caterina è il fenomeno di Dio, in essa si incidono le tracce della sua presenza. Azione santa e divina contemplazione si compiono in dodici prove, ognuna delle quali rivela la materia e lo spazio dell’epifania. L'opera è una successione di ardue prassi santificanti che portano Caterina alla beatitudine. La sposa celeste, agnella penitente, si fa respiro, saliva, unguento di Gesù nel pieno compimento del flagello.


Il corpo di Caterina, nutrita solo dall’ostia e dal sangue, chiede con voce acuta di appartenere all’immondo dell’eccesso e di tornare all’extramondo della sua natura infantile. Beata perché senza cibo, beata perché dissetata dal suo stesso sputo, beata perché sporca e senza dignità. Caterina annega nel regno delle giovinezze dalle venosità livide e rigonfie, delle regine dalle ossa sporgenti, delle scolare del rigurgito eterno. La piccola Caterina vuole morire. Vuole morire nel teatro. E il teatro deve morire in Caterina, diventando esso stesso freddo, muto e rigido. La sua resurrezione è nella verità del corpo, senza identità, senza volontà, senza necessità, libero di essere la fragola rossa di Dio.



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