There is one, a bird, which renews itself,
and reproduces from itself.
Smoking my life I die.
Burning my head I’ll be born again.
Please cry for me Father.
They say that, from the father’s body,
a young phoenix is reborn,
destined to live the same number of years.
La performer Valentina Barbarini segue il percorso leggendario della Fenice, l’uccello sacro che giunto all’età di cinquecento anni depone le sue membra in un nido di incenso e cannella, costruito in cima ad una palma, e poi spira. Dal suo corpo nascerà poi un’altra Fenice che trasporterà il suo nido nel tempio di Iperione, il Titano padre del Dio del Sole.
La metamorfosi di Phoenix, l’uccello mitico che nasce da se stesso, avviene in uno spazio anti-monumentale, tra uova silenti – grandi ovuli trasparenti – che si schiudono per accogliere in un lavacro di cenere il corpo morente della piccola Fenice. Racchiusa la testa in un caschetto costituito da decine di cicche di sigaretta, Phoenix ricomincia a vivere per poter nuovamente morire.
In un impianto installativo di forte potenza visuale e sonora, alcuni brevissimi segmenti testuali infantili – l’addio al padre, la paura della morte, la timidezza della nascita – manifestano micro tracce emozionali totalmente prive di eloquenza e retorica drammatica.
Allora, si dice, dal corpo paterno rinasce un piccolo di fenice, che è destinato a vivere altrettanti anni. E quando l’età gli ha dato le forze per reggere la fatica, libera i rami sulla cima della pianta dal peso del nido, religiosamente prende con sé la culla, sepolcro del padre, e, giunto sull’alito dell’aria alla città di Iperione, davanti alle porte sacre del suo tempo la posa.