Entrare in uno spazio/tempo, quell’immanente mondo della creazione sede di ogni possibilità o intuizione versificatoria, innescato, acceso dal processo immaginativo, e poi reso reale, il cui percorso è contrassegnato dal “tornare indietro, riprendere qualcosa che è nel passato poetico e riproporlo, trovando nuove parole per dirlo”, per cantarlo insieme, una coralità di singolarità in cui ciascuno abita il proprio passato ed edifica il proprio presente come già vissuto, nella nostalghia di luoghi, suoni e silenzi, nella propria patria interna ed esterna.
Io in mezzo al coro, verso corporeo solitario, decasillabo dell’unica Poesia che ci tiene insieme, che ci fa uguali di fronte al divino. Ad un certo punto della nostra vita viviamo nello spazio del passato, cioè la memoria diventa un luogo da abitare in un senso fisico, di cui siamo prigionieri perché è proprio lì che continuiamo a vivere. Una prigione di ricordi.
Nel Nabucco due sono i temi centrali dell’opera che determinano la rete delle relazioni tra i personaggi, la guerra e l’esilio.
La distruzione di intere comunità e di grandi masse di esiliati sono da tempo presenti nel nostro tempo, la violenza sembra progressivamente far parte del vivere quotidiano di ognuno nonostante i segni della distruzione siano ancora presenti in tante città italiane, compresa Parma e il suo complesso monumentale più rappresentativo, la Pilotta.
I segni dei bombardamenti al finire della Seconda guerra mondiale sono ancora ampiamente visibili su questa grande cittadella del sapere e dell’arte, una ferita ancora presente a monito di quanto è stato distrutto che, paradossalmente, amplifica quanto invece è stato riedificato, recuperato, costruito.
Un’architettura mutilata, così come la guerra mutila i corpi senza distinzione e il passato diventa rifugio di memorie, ricordi di spazi vissuti com’erano un tempo, prima del disastro.
Poi si ricostruisce, si restituisce il senso della raccolta dei saperi e delle creazioni, la storia attraverso le opere, gli oggetti, le forme della scrittura ma rimane la crepa a testimonianza del pericolo che ancora incombe.
‘Il nostro lavoro vuole essere testimonianza agita di una doppia violenza, di una doppia perdita, di una doppia mutilazione: quella dell’infanzia e quella del patrimonio culturale’ dichiarano Pititto e Maestri. ‘Centinaia di piccoli orsi di peluche occupano la sala del Sapere, la Sala Petitot, a protezione dei confini il coro delimita l’accesso degli spettatori adulti, sentinelle di un nuovo territorio occupato dall’infanzia senza violenza e guerre’.