Tommaso Chimenti
L’Hamlet di Lenz: irrazionale e metafisico
Attori ex degenti psichici all’interno del Teatro Farnese di Parma
Partiamo dall’equazione Amleto uguale Cristo. Cominciamo così come una bomba al mercato. Come gas in un suk. Amleto, figlio orfano solo a dover fronteggiare il potere, l’abuso, gli affetti che gli hanno voltato le spalle, la pazzia, il non essere creduto, a dover farsi portavoce e vessillo e vendetta per opera del padre. Gesù inviato sulla terra per farsi credere figlio di Dio, operazione impossibile, a portare il verbo del padre, a vendicare con gli atti i precetti inascoltati del genitore, a dare la nuova via, a solcare, anche con il sangue, la nuova terra. Amleto è Gesù anche in un’immagine folgorante che Lenz appronta nelle stanze sotterranee del Palazzo della Pilotta, dove due Amleto sdoppiati stanno come ladroni ai lati di una croce vuota e deserta (…)
Terza volta in tre anni che i parmigiani Lenz Rifrazioni, al secolo la regista, scenografa e costumista Maria Federica Maestri e il drammaturgo e fotografo Francesco Pititto, mettono in scena il capolavoro shakespeariano con attori ex degenti psichici dell’Ospedale Psichiatrico di Colorno, al fianco della loro attrice storica, Barbara Voghera, ragazza affetta dalla sindrome di Down, carica di una forza recitativa, di un controllo emozionale e di un’espressività vocale eccezionali ed impetuosi (…) Il viaggio (difficile da gestire lo spostamento di sessanta spettatori a replica, un plauso alla professionalità di tutte le addette), perché letteralmente è itinerante, ed è una via crucis nei meandri del Palazzo della Pilotta, passando nella Galleria Nazionale e sfociando dentro il Teatro Farnese, come essere dentro le viscere del protagonista, nei suoi pensieri offuscati, nelle eco che si perdono, nei passi incomprensibili, nelle sue vene occluse, nei suoi incubi più laceranti e dubbiosi, nei suoi intestini deviati, cadendo, cercando nel buio senza luce, nelle nebbie che non permettono di vederci chiaro, di capire, di trovare un proprio posto nel mondo.
È un Amleto in pillole dove contano più che le frasi, le parole, dove rimangono impressi più che le mani, gli occhi che forano, sfondano, bucano il teatro e si fanno terreni, concreti, lì ed ora, chiedendo conto, responsabilità, domande. Hanno occhi vitrei e movimenti rallentati ma sono esplosivi ed elettrici, ironici e concentrati, densi e intensi: Delfina è Ofelia, Giovanni, il teorico ed intellettuale del gruppo, è Laerte, Enzo, Paolo, Barbara sono altrettanti Amleto in un continuo scambio di persona, tra fantasia e sogno, Frank è la Regina Gertrude (…) Catacombe e sotterranei, vicoli e pertugi nella minuzie di parole antiche, qui rinnovate, nella grandezza pomposa di un passato artistico, qui in penombra, come un mondo in decadenza, fuori e dentro di noi (…).