Io qui, o io non qui…
meglio che stia a soffrire i colpi tuoi, Fortuna
o difendermi
contro il mare dei tuoi colpi vigliacchi
e così, finire. Morire, dormire…
e poi il niente, e solo così
piantarla con il cuore crepàto
Summa di una lunga e profonda esperienza artistica con gli attori ‘sensibili’ iniziata oltre venti anni fa, le molteplici riscritture sceniche dell’Hamlet sono diventate un luogo poetico fondamentale nella ricerca teatrale di Lenz.
Dopo gli allestimenti alla Rocca dei Rossi di San Secondo, alla Reggia di Colorno e al Teatro Farnese di Parma, l’Hamlet di Lenz, per la regia di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto, prende un’ulteriore forma scenica trasponendo la monumentalità artistica dell’opera in una sintesi di potente densità emozionale.
In questo Hamlet Solo si esplicita un dispositivo drammatico che rivela la natura orfana di Amleto, la sua inevitabile e assoluta solitudine scenica ed esistenziale; in un attraversamento senza respiro del testo, l’attrice implode dentro gli altri personaggi, unico strumento ‘vivo’ di una partitura visiva di spettri.
I dialoghi con Orazio, la Regina, il Fantasma del Padre, Guild and Rose, gli Attori, I Becchini, Re Claudio vengono inflessi nell’unico duello eroico possibile, quello dell’attore con se stesso.
Hamlet al Teatro Farnese di Parma
Dopo gli allestimenti monumentali dell’opera alla Rocca dei Rossi di San Secondo e alla Reggia di Colorno, l’Hamlet viene installato nelle sale museali del Palazzo della Pilotta e nel Teatro Farnese, considerato il più compiuto e maestoso esempio di teatro barocco del mondo.
Come nelle precedenti mise-en-espace, le diverse scene dell’opera shakespeariana si snodano lungo un percorso complesso attraverso i diversi luoghi della struttura architettonica, seguendo la fitta trama di un labirinto spaziale e mentale rifrazione dei molteplici nodi dell’enigma amletico contemporaneo.
Non esistono in Europa altri esempi – come l’Hamlet al Teatro Farnese – in cui si siano congiunte unicità del monumento storico e unicità del sentimento artistico e umano secondo modalità così sperimentali, l’accesso ai luoghi del privilegio da parte di chi mai ne ha posseduto alcuno con l’incarico “sovrumano” di esaltarne la bellezza in un unicum irripetibile.
L’eccezionalità dell’evento tra innovazione culturale e sensibilità sociale, tra storia e contemporaneità, tra patrimonio dell’umanità e arte performativa ha raggiunto una visibilità in campo nazionale e internazionale.
Hamlet alla Reggia di Colorno
La macroinstallazione di Hamlet nel complesso architettonico della Reggia di Colorno, monumento che conserva il ricordo della presenza manicomiale – l’ex ospedale psichiatrico è infatti pressoché contiguo all’edificio storico, rappresenta un passaggio artistico particolarmente significativo, di alto valore simbolico ed emozionale per gli attori ex degenti, che vi hanno trascorso parte della propria esistenza.
Nella creazione di Lenz Rifrazioni si stratificano tre monumenti dedicati all’inquietudine: il primo è quello testuale, l’Hamlet è il capolavoro fondativo del teatro e della letteratura occidentale moderna, il secondo è quello umano nella complessità ed enormità delle sue pulsioni: la “patologia” di Amleto, la rappresentazione della sua pazzia, coincidono infatti con il vissuto umano degli interpreti, vita e testo sono in totale adesione e in una compenetrazione poetica assoluta. Il terzo monumento è quello architettonico della Reggia di Colorno. Il Palazzo Ducale, con la sua forte plasticità narrativa, scandisce spazialmente le quattordici stazioni drammaturgiche che compongono la messinscena in un percorso performativo attraverso le sale del piano Nobile della Reggia, tra cui la magnifica Sala del Trono.
Hamlet alla Rocca di San Secondo Parmense
Nella creazione di Lenz Rifrazioni si stratificano tre monumenti dedicati all’inquietudine: il primo è quello testuale, l’Hamlet è il capolavoro fondativo del teatro e della letteratura occidentale moderna, il secondo è quello umano nella complessità ed enormità delle sue pulsioni: la “patologia” di Amleto, la rappresentazione della sua pazzia, coincidono infatti con il vissuto umano degli interpreti, vita e testo sono in totale adesione e in una compenetrazione poetica assoluta. Il terzo monumento è quello architettonico della Rocca dei Rossi di San Secondo. Un castello tardorinascimentale che si staglia nel paesaggio della bassa padana, separato dal piccolo centro storico del paese, quasi ad incarnare anch’esso una condizione di margine, di isolamento urbano. Allo stesso modo al suo interno sembra restituita un’analoga asimmetria spaziale, nell’alternarsi di stanze piccole, intime, raccolte e di grandi ambienti di rappresentanza e sfarzo esibito. La Rocca, con la sua forte plasticità narrativa, scandisce spazialmente le quattordici stazioni drammaturgiche che compongono la messinscena in una fruizione itinerante.