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Hamlet

Hamlet, tratto dal capolavoro di William Shakespeare, per la regia di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto, è interpretato da attori ex lungodegenti psichici del manicomio di Colorno, ora ospiti di una comunità terapeutico-riabilitativa, e da un nucleo di attori sensibili da anni protagonisti delle più significative opere di Lenz.

Hamlet rappresenta la summa di una lunga e profonda esperienza laboratoriale ed artistica che ha messo al centro della poetica e dell’estetica di Lenz Fondazione la sensibilità psichica dell’attore contemporaneo.

Dopo aver indagato i demoni di Faust, i disinganni di Sigismondo ne La vita è sogno e le inquietudini dei personaggi büchneriani – Woyzeck, Lenz, Leonce e Lena, La Morte di Danton -, la lunga ricerca sull’Amleto prende forma nella piena verità della finzione.


Il progetto

Il linguaggio teatrale di Lenz Rifrazioni (oggi Fondazione) si fonda su un’estrema e radicale fedeltà alla parola del testo. Nella ricerca dello stato eroico dell’attore il teatro prende forma nell’oscillazione tra debolezza e forza, vulnerabilità e potenza del corpo parlante. Lo stato estremo del sentimento, la passione che muove e spinge verso la morte, l’uccisione tragica dell’eroe, la condizione del sogno e del reale, il mistero della condizione umana, sono generati dall’atto della parola, il pieno corpo della voce. Il confine mitico delle opere shakespeariane è segnato da due linee fondamentali: la lingua originaria e la rinascita della parola nel corpo dell’attore. Il suono straniero ma non estraneo della lingua inglese della fine del Cinquecento, attraversando il corpo in esilio dell’attore, può ritornare a cantare il verso della nostalgia nella verità della scena. Ponte polifonico tra antico e moderno, tra generale e particolare, tra lingua e dialetto, l’Hamlet di Shakespeare si fa eco potente dell’arte del teatro nella contemporaneità e nel rinnovamento del linguaggio. Poesia, drammaturgia, regia, lavoro dell’attore – tra ventesimo e ventunesimo secolo – di nuovo a ricercare insieme le condizioni della nascita, dello svelamento, dell’esistere e del non esistere, dell’enigma e dell’impossibilità del rappresentare.


Hamlet, tratto dal capolavoro di William Shakespeare, per la regia di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto, è interpretato da attori ex lungo degenti psichici del manicomio di Colorno ora ospiti di una comunità terapeutico-riabilitativa e da un nucleo di attori sensibili da anni protagonisti delle più significative opere di Lenz. Dal 2000 il gruppo sperimenta le proprie capacità espressive in un laboratorio permanente condotto in collaborazione con il Dipartimento Assistenziale Integrato di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’Ausl di Parma.

Hamlet rappresenta la summa di una lunga e profonda esperienza laboratoriale ed artistica che ha messo al centro della poetica e dell’estetica di Lenz Rifrazioni la sensibilità psichica dell’attore contemporaneo. Liliana Bertè, Franck Berzieri, Guglielmo Gazzelli, Paolo Maccini, Luigi Moia, Lino Pontremoli, Delfina Rivieri, Vincenzo Salemi, Mauro Zunino insieme a Elena Varoli e Barbara Voghera, già straordinaria interprete dell’Hamlet nella messinscena del 1999, creano con potenza sorprendente un grande affresco tragico sull’esistenza umana.


Dopo aver indagato i demoni di Faust, i disinganni di Sigismondo ne La vita è sogno e le esistenze spezzate dei personaggi della tetralogia büchneriana (Woyzeck, Lenz, Leonce e Lena, La Morte di Danton), la ricerca sull’Amleto prende forma nella piena verità della finzione. L’asimmetria strutturale del testo, il suo perfetto disequilibrio drammaturgico aderiscono profondamente all’asimmetria psichica degli attori che lo incarnano. Gli interpreti innestando i nodi concettuali e tematici dell’Hamlet nel proprio paesaggio intimo hanno intensamente dialogato, in un lungo lavoro laboratoriale durato due anni, con le parole del dramma fino a produrne una vera e propria riscrittura emotiva, personale ed unica.


Nella creazione di Lenz si stratificano due piani monumentali: il primo è quello testuale, l’Hamlet è il capolavoro fondativo del teatro e della letteratura occidentale moderna, il secondo è quello umano nella complessità ed enormità delle sue pulsioni: la “patologia” di Amleto, la rappresentazione della sua pazzia, coincidono infatti con il vissuto umano degli interpreti, vita e testo sono in totale adesione e in una compenetrazione poetica assoluta.

Il progetto di ricerca sull’Amleto si è strutturato in tre studi preparatori – H=177 Lb, H 1|2|3, H 4|5|6 – e in tre macroallestimenti scenici: dopo le elaborazioni drammaturgiche preliminari, la scrittura scenica dell’opera è stata completamente ritradotta in quattordici sequenze che si sono riconfigurate e ricomposte drammaturgicamente nelle tre diverse mise-en-espace. Hamlet è stato infatti installato in tre importanti complessi storico-monumentali della provincia di Parma: nel 2010 nella tardocinquecentesca Rocca dei Rossi di San Secondo, nel 2011 nel piano nobile della sontuosa Reggia di Colorno ed infine nel 2012 nel Complesso della Pilotta di Parma, prestigioso epicentro culturale del territorio che comprende il seicentesco Teatro Farnese. Nel 2012 Hamlet di Lenz Rifrazioni è entrato inoltre a far parte dell’archivio video&performance Global Shakespeares, piattaforma on line coordinata dal Prof. Alexander Huang della George Washington University che raccoglie interventi, contributi ed opere dei più eminenti studiosi di Shakespeare a livello mondiale.

H = 277 LB

H = 277 LB (Progetto Hamlet) da Hamlet di William Shakespeare.

Valutazione: Maria Federica Maestri, Francesco Pititto.

Visualizzazione: Francesco Pititto.

Trasduttore: Vincenzo Salemi.

Sistema di acquisizione sonora: Andrea Azzali.

Bologna, Teatro San Martino, 17 marzo 2009.


H=277 lb (HAMLET=277 LIBBRE) è la prima sequenza visuale e performativa di un progetto artistico quadriennale (2009–2012), in cui la drammaturgia si pone come corpus di valutazioni analitiche e materico-estetiche a partire dall’Hamlet di William Shakespeare.

I trasduttori di forza misurano carichi statici e dinamici, in trazione ed in compressione – virtualmente senza deflessione.

Hamlet s’inebria del ghost virtuale che si rispecchia, paterno e sembiante, nel turbinìo neuromuscolare. Il cervello si carica di corrispondenze amorose e filiali producendo energia costretta. La condizione di uguaglianza, ma opposta nella percezione, scatena una movimento di penetrazione nel mondo reale. Il neurotrasmettitore accende i motori della chimica. L’uomo si muove. Al lavoro, corpo! Il cervello è acceso! Il trasduttore/giocatore conduce il carico energetico della pena, del ritorno paterno senza contatto, del ritorno di fiamma di un circuito sentimentale appena riaperto.


Mark me. La mia ora è già qui, alla fiamma che mi tormenta devo rendere me stesso. Qualcosa sta puzzando in Danimarca.” Il puzzo di bruciato arriva dritto ai sensori che stimolano la sirena del lamento, la forza defluisce tra i fori/pori della carne e delle lacrime amare. La preghiera risuona e riprende la via della materia che conduce da un punto ad un altro punto. Il piccolo relè scatena la potenza e il carico della vita, ostinata e tesa. Sbatte contro il corpo massiccio e mortale del misuratore che mai si piega, seppur ingoiando il destino. Vincenzo Salemi scarica il fulmine e ne misura il peso, la compressione creata nell’etere ne tasta la forza e chiude il circuito tra la terra e il cielo.

H 1|2|3

HAMLET 1|2|3 (Progetto Hamlet) da Hamlet di William Shakespeare.

Valutazione: Maria Federica Maestri, Francesco Pititto.

Visualizzazione: Francesco Pititto.

Trasduttori: Valentina Barbarini, Guglielmo Gazzelli, Paolo Maccini, Vincenzo Salemi, Elena Sorbi, Elena Varoli, Barbara Voghera.

Sistema di acquisizione sonora: Andrea Azzali.

Parma, Lenz Teatro, Phoenix 09, 20 maggio 2009.


H 1|2|3 è lo studio sulle prime tre sequenze visuali e performative di un progetto artistico quadriennale (2009–2012), in cui la drammaturgia si pone come corpus di valutazioni analitiche e materico-estetiche a partire dall’Hamlet di William Shakespeare.

In H 1|2|3 la storia del Principe Amleto è riletta e ‘valutata’ attraverso un’indagine visiva, materica e di riflessione fisica sui corpi degli interpreti che penetra nel linguaggio shakespeariano per definire un nuovo orizzonte drammaturgico concreto, costituito a partire dalle esistenze psichiche e materiali degli attori: il linguaggio circoscrive parole nuove che rendono vive la sofferenza e la tragicità di Hamlet e dell’esistenza stessa, così come della morte che sembra circoscrivere ogni azione umana. Il fantasma del Re, padre di Amleto, costretto a muoversi lentamente e a maledire la sua stessa sorte tragica con parole crudeli, è inscritto all’interno del corpo stanco ma pieno di forza visionaria dell’interprete che sembra scivolare lentamente al di fuori del personaggio shakespeariano fondando uno spazio poetico autonomo inciso nella sua materialità che nell’orrore della morte scolpisce un nuovo ritratto scenico.

Nell’incontro con il fantasma del padre il Principe Amleto, ornato da un cappellino di metallo e da un collare borchiato come incastonati nel corpo dell’interprete, colma di parole ossessive il dramma incestuoso della madre e il gesto omicida dello zio cercando nella visione violenta di quelle immagini la sicurezza della vendetta. Ofelia, ferita dalla pazzia nella sua bellezza, costretta alla fissità di un collare ortopedico, restituisce ad Amleto tutte le parole e le cose che li avevano legati in amore, segni materici di un cantico d’addio che si concentra in un gesto finale ferito da tragicità e sofferenza. Muovendosi sulla scena come elementi meccanici Amleto e Ofelia conservano nella memoria tutto il dolore della separazione da se stessi e dal loro amore.

H 4|5|6

HAMLET 4|5|6 BLACK WIDOWS (Progetto Hamlet) da Hamlet di William Shakespeare.

Valutazione: Maria Federica Maestri, Francesco Pititto.

Visualizzazione: Francesco Pititto.

Trasduttori: Liliana Bertè, Guglielmo Gazzelli, Paolo Maccini, Delfina Rivieri, Barbara Voghera.

Sistema di acquisizione sonora: Andrea Azzali.

Collecchio, Teatro alla Corte, Festival Natura Dèi Teatri, 22 ottobre 2009.


H 4|5|6 Black Widows, è il terzo studio preparatorio di un progetto artistico quadriennale (2009–2012), in cui la drammaturgia si pone come corpus di valutazioni analitiche e materico-estetiche a partire dall’Hamlet di William Shakespeare. È un trittico dedicato alle “Regine Nere” dell’Hamlet, Gertrude e Ofelia, protagoniste di un simile destino di morte. Nel lento e suggestivo intercedere delle parole shakespeariane, che si incastonano nel linguaggio vivo delle esistenze materiali degli attori, in completa autonomia espressiva, si intravede la tragicità della storia e dell’esistenza. La Regina Gertrude, alla ricerca del suo primo marito Amleto, ormai solo il ricordo di un fantasma che non può reagire ai suoi gesti e alle sue domande, si lascia sedurre dalla proposta estrema di Claudio, fratello di Amleto, suscitando il disprezzo e l’orrore del Principe Amleto, suo figlio, deciso alla violenza risolutiva contro lo zio per vendicare il gesto omicida contro suo padre e rendere onore alla sua memoria. La ‘mai’ Regina Ofelia, nella supplica straziante d’implorazione ad Amleto di non abbandonarla, prepara, con sequenze nere, urlanti e drammatiche l’addio finale nelle acque suicide che accolgono il suo corpo annegato. Solo nell’espiazione di Gertrude, che beve il calice avvelenato preparato da Amleto, si affaccia il dramma della colpa e del tradimento.


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