Gazzetta di Parma
Valeria Ottolenghi
Lasciata da Enea nella disperazione: «Dido» come l’ Africa
Ha ispirato poeti, pittori, scultori, musicisti Didone regina abbandonata dall’eroe troiano che il destino chiamava altrove, lei suicida nel fuoco mentre le vele portavano lontano l’amato. Ma nella «Dido» di Lenz, ispirata a Ovidio, con altri frammenti poetici – anche Dante – questa figura femminile, la pelle colorata di scuro, finisce per rappresentare tutto il continente africano ed Enea il bianco conquistatore (molti e precisi riferimenti a Mussolini e all’impresa coloniale), anche se in una dialettica più complessa di metamorfosi e scambi. I corpi si confrontano, spesso nella loro esposta nudità, anche per l’età, lui più vecchio, e per il colore, in complessi giochi di molteplici riflessi.
Anteprima della nuova creazione di Lenz, presentata ora a Parma nell’ambito di Parmapoesia, «Dido» – di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto, interpreti Valentina Barbarini e Giuseppe Barigazzi, musiche di Andrea Azzali – attraversa il tempo e la storia, con filmati che mostrano anche porti e città del presente.
Alte pareti trasparenti. Lei gioca con un copertone. Le immagini – sempre di una speciale preziosità – mostrano fragilità, lei evocando lo sguardo perduto della rassegnata desolazione nella povertà africana, lui gli anni trascorsi, tanti i decenni che il corpo ricorda. Belle in particolare alcune posture di lei, che appare quasi scultura nelle riprese, il corpo come allungato.
Travestimenti. E anche la sessualità è motivo di rispecchiamento, di scambio d’identità. Lei si spalmerà di polvere bianca e bacerà lui, rosse le labbra, che intanto si era dipinti di nero i capelli: metamorfosi possibili? Non pare esserci una dimensione psicologica ma proprio planetaria.
Scorrono i video moltiplicati anche a terra. Lei avrà un libro in mano mentre si avverte la presenza del fuoco. Città da costruire con blocchetti colorati. La donna infine, con la testa di toro, non riconoscerà come cibo quel mucchio di plastica verde. Sono/ siamo legati indissolubilmente uomini e donne, passato e presente, bianchi e neri, stati e continenti, giovani e vecchi: e con «Dido» a Lenz è parso di sentire intenso il sentimento cupo della disperazione.