«Tutto spinge via lontano il grande tempo, perché
Tutto vada in rovina. E nessuna cosa che non si può cantare
Nomino io,
Da quando insperato Aiace nell’animo conciliato
Con gli Atridi dal grande contrasto.»
La tragedia di Aiace trascritta da Hölderlin è lamento οίμοι (oímoi) e ipocondriaca depressione di un eroe dalla virilità violata.
Aiace Telamonio da Salamina lamentandosi deve morire, ma il lamento del poeta lo costringe all’interno di una sintesi senza concetto, dolcemente sospesa, che ci fa sentire alienati a casa nostra.
Questa forma di eroismo melancolico - nel senso medico del termine utilizzato da Ippocrate a Galeno - risiede nel perdurare di un lamento impossibile, esasperato da un linguaggio che si rivolta contro se stesso, e che non trova ascolto nell’epoca in cui anche l’abilità mnemonica dell’io lirico è caduta in rovina.
Aiace, invincibile sul campo di battaglia per forza e integrità morale, cade. Cade perché non ottiene ciò che desidera. Cade perché non riceve ciò che, forse, gli spetta. Cade perché non può fare altro che cadere.
L’azione tragica, di solito, è la storia del ritorno all’ordine che la violazione del limite rende necessario. Ma in Aiace è il limite stesso che si sottrae: il confine tra umano e divino è aperto. È come un baratro.
In questa caduta, resa eterna dal poeta, Aiace avanti e indietro non vuole vedere: figura di uomo potente senza futuro, incurante del passato intemerato.