Corriere della Sera
Massimo Marino
Controscene
Un anziano uomo abbandonato su un lettino d’ospedale o forse d’obitorio. Un testo in tre lingue che scorre proiettato nella stanza grigia. Ricorda L’Eneide, la morte del padre Anchise. Immagine come il Cristo morto di Mantegna. Tubi e tubicini. Nebbia.
Il teatro contemporaneo gioca di solito su due piani diversi. O quello immersivo o quello straniante, che scompone e discute gli elementi dello spettacolo. Lenz Rifrazioni segue una strada originale, in cui l’immersione è ottenuta per scomposizione, tradimento, reinvenzione di strutturati, letterari materiali di partenza. Nell’edizione presente dell’ormai storico festival Natura dèi Teatri, inserito dallo scorso anno nel network dei festival parmensi InContemporanea, presenta non un nuovo spettacolo ma varie tappe di decifrazione e ricreazione del poema virgiliano, una puntata diversa ogni volta. Quella a cui ho assistito io è la terza, Aeneis #3. Il polmone, segnata dal respiro del vecchio Anchise morente, che nel primo episodio era stato sdoppiato nel dio Giove.
In scena un attore di lunga navigazione e di densa bravura come Giancarlo Ilari, uno dei nomi storici del Cut e poi del Collettivo di Parma, classe 1927. Una presenza fragile e potente, desolata e guizzante.
I registi Maria Federica Maestri e Francesco Pititto sezionano, come al loro solito, gli elementi dello spettacolo: il testo diventa, in questo caso, proiezione (oltre che reinvenzione), segno grafico oltre che parola. Il movimento in cerca di (ultimo) respiro del quasi cadavere che si solleva dal letto diviene trascinarsi verso soglie opache, con un guinzaglio vuoto. Entra un altro dei filoni del festival, noi e i cani, e gli animali, con frasi che ricordano la capacità del cane di sentire il padrone anche sotto il cumulo di terra della tomba.
Un’altra delle caratteristiche del ciclo è l’attenzione particolare rivolta alla creazione sonora, ogni volta affidata a un artista diverso: in questo caso la performance musicale live di Paul Wirkus immerge ancor di più in un clima insieme finale e di nostalgia irrimediabile. Il volto proiettao, come il respiro amplificato del performer, si frange in mute memorie e introspezioni, in un desolato corpo a corpo con la morte che cerca di rapire aria alla sfuggente vita.