Nabucco_Canto del Mondo Mutilato


12-13 ottobre ore 20.00 | 14-15 ottobre ore 19.00 | PAR.CO. Ospedale Vecchio di Parma



Creazione per Festival Verdi 2026 del Teatro Regio di Parma

Esfiltrazioni drammaturgiche dal dramma lirico in quattro parti su libretto di Temistocle Solera, dal dramma Nabuchodonosor di Auguste Anicet-Bourgeois e Francis Cornu.


Drammaturgia, imagoturgia_Francesco Pititto

Composizione, installazione, involucri_Maria Federica Maestri

Elaborazioni sonore_Andrea Azzali

Consulenza musicale_Adriano Engelbrecht, Lorenzo Marchi, Victoria Vasquez Jurado

Interpreti_n. 20 performer con disabilità fisica

n. 30 bambini_adolescenti del Coro di Voci bianche Teatro Regio di Parma




Se il tempo diventa spazio l’esilio è nella memoria di ogni essere vivente


Entrare in uno spazio/tempo, quell’immanente mondo della creazione sede di ogni possibilità o intuizione versificatoria, innescato, acceso dal processo immaginativo, e poi reso reale, il cui percorso è contrassegnato dal “tornare indietro, riprendere qualcosa che è nel passato poetico e riproporlo, trovando nuove parole per dirlo”, per cantarlo insieme, una coralità di singolarità in cui ciascuno abita il proprio passato ed edifica il proprio presente come già vissuto, nella nostalghia di luoghi, suoni e silenzi, nella propria patria interna ed esterna.


Io in mezzo al coro, verso corporeo solitario, decasillabo dell’unica Poesia che ci tiene insieme, che ci fa uguali di fronte al divino. Ad un certo punto della nostra vita viviamo nello spazio del passato, cioè la memoria diventa un luogo da abitare in un senso fisico, di cui siamo prigionieri perché è proprio lì che continuiamo a vivere. Una prigione di ricordi.




Il corpo_Patria perduta


Se il tempo diventa corpo l’esilio è nella memoria di un corpo mutilato. La sottrazione di cui scrive Hannah Arendt per chi subisce l’esilio, ogni genere di esilio.

Un corpo che è stato martoriato, mortificato, modificato nella forma fisica e nell’anima. Come un coro di vinti e di esiliati, sempre viandanti senza terra dispersi nel mondo.


Ma prima la terra c’era, con i suoi luoghi, i profumi e le persone conosciute, le vite vissute.

Lo spazio della memoria è patria oppressa e gabbia di riscatto, il presente chiede giustizia all’ingiustizia di una vita che mortifica quel che è stato, il tempo perduto e mai ritrovato ma sempre vivente in ogni gesto, in ogni lingua storpiata, in ogni paesaggio incontrato e mai lasciato.



“Va, pensiero, sull’ali dorate; Va, ti posa sui clivi, sui colli, Ove olezzano tepide e molli L’aure dolci del suolo natal! Del Giordano le rive saluta, Di Sionne le torri atterrate… Oh, mia patria si bella e perduta! O membranza sì cara e fatal! Arpa d’or dei fatidici vati, Perché muta dal salice pendi? Le memorie nel petto raccendi, Ci favella del tempo che fu! O simile dei Solima ai fati Traggi un suono di crudo lamento, O, t’ispiri il Signore un concento Che ne infonda al patire virtù.”


Un inno breve – 16 decasillabi divisi in 4 quartine, con accenti su 3-6-9 sillabe - che risucchia gli avvenimenti dell’opera, le vicende dei protagonisti e le gelosie, le violenze, le follie e tutti li racchiude e protegge, li sconvolge e li abbraccia trasportandoli nello spazio/tempo del reale.


Quel concentus finale chiama all’azione non più al lamento ripetuto, agire con il corpo affinché ritrovi ora e qui le proprie virtù.


Un unico grande corpo al quale sono stati sottratti gli arti, inferte ferite, tolte le speranze di tornare a com’era prima, al tempo della giovinezza e della forza illimitata della prospettiva, alla propria terra e lingua o dialetto, ai profumi e sapori, agli amori, un corpo mutilato che continua ad urlare versi creando ogni volta, per quello spazio/tempo, il proprio vissuto e il presente insieme.



Disegno installativo


  • Si sviluppa nella crociera dell’ospedale vecchio di parma
  • 50 sedie a rotelle _ 100 stampelle ortopediche
  • Contatto fisico _ dinamica del dolore
  • Radicamento plastico della violenza e dell’esilio



Sul lamento della scena IV


Come fossero_Le sponde dell’Eufrate_Un fiume di corpi umani stretti tra le due rive di muro della crociera di un vecchio ospedale, incatenati alle proprie protesi, come torri abbattute dalla catastrofe della vita. Il corpo ferito è perduto per sempre, ma il ricordo del tempo passato riaccende il significato della propria esistenza anche nel tempo del disastro - per sventura di nascita, di cronaca, di storia.


Il suono è crudo, acerbo, distorto, immaturo, infantile, ma da flebile, incerto, incespicante si fa lamento corale, voce delle voci dell’umanità spezzata, dimenticata.


Un’umanità invisibile e silenziosa che abita i luoghi separati: gli ospedali, le tendopoli, le case di riposo, i rifugi sotterranei, le prigioni, gli orfanotrofi.


L’umanità che non vogliamo guardare perché testimonia la nostra incapacità di richiedere giustizia, equità, amore per l’Altro, l’Altro che non sembra più avere nemmeno diritto al lamento. L’Altro che in questo nostro Nabucco, sussurrerà, mormorerà, griderà, canterà, oltre le note, il suo diritto alla vita, alla dignità, alla felicità.


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