Creazione per Festival Verdi 2026 del Teatro Regio di Parma
Esfiltrazioni drammaturgiche dal dramma lirico in quattro parti su libretto di Temistocle Solera, dal dramma Nabuchodonosor di Auguste Anicet-Bourgeois e Francis Cornu.
Drammaturgia originale_Francesco Pititto
Composizione, installazione, involucri_Maria Federica Maestri
Elaborazioni sonore_Andrea Azzali
Consulenza musicale_Adriano Engelbrecht, Lorenzo Marchi, Victoria Vasquez Jurado
Interpreti_n. 20 performer con disabilità fisica
n. 30 bambini_adolescenti del Coro di Voci bianche Teatro Regio di Parma
Il disegno installativo, che si svilupperà attraverso vari spazi del Complesso Monumentale della Pilotta_Museo Nazionale, prevede 200 orsetti di peluche sparsi lungo la Galleria Petitot della Biblioteca Palatina, a simboleggare il corpo-patria delle bambine e dei bambini esiliati dalla propria infanzia, feriti dalla violenza della guerra, che ritorna a cantare il suo ‘crudo lamento’ nel luogo simbolo della cultura e dell'arte della città di Parma.
Il Palazzo della Pilotta fu infatti bombardato nel maggio del 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale, dall’offensiva aerea anglo-americana, e profondamente ferito: in quella notte andarono distrutti oltre 15.000 preziosi volumi della Biblioteca Palatina, il Teatro Farnese e molte parti dell'edificio furono gravemente danneggiate. Le tracce di quella devastazione sono ancora oggi evidenti nelle ali meridionali e occidentali del Complesso.
Il lavoro vuole essere testimonianza agita di una doppia violenza, di una doppia perdita, di una doppia mutilazione: quella dell’infanzia e quella del patrimonio culturale. I performer si faranno voce dell’umanità spezzata, dimenticata, invisibilizzata, silenziata dalla violenza degli scenari di guerra. Saranno exempla di quell’umanità che non vogliamo guardare perché rispecchiante l’incapacità di richiedere giustizia, equità, amore per l’Altro della maggioranza dei viventi.
Performer e pubblico comporranno un unico grande corpo al quale sono state inferte ferite tangibili e culturali, tolte le speranze di tornare al tempo della pienezza, della spensieratezza, della prospettiva, alla propria terra e lingua o dialetto, a profumi e sapori, agli amori; un corpo mutilato che continua a urlare versi ricreando, per quello spazio/tempo, il proprio vissuto e il presente insieme.