LENZ THEATRE

Dal 1988 Lenz Rifrazioni svolge la propria attività in un edificio industriale della periferia storica di Parma, in una zona prossima al centro della città, ma ancora segnata dall’origine industriale del quartiere, dove sono tuttora attive le grandi vetrerie insediate alla fine dell’ottocento.

La presenza di Lenz Teatro all’interno del quartiere S. Leonardo, rappresenta lo spostamento del luogo di produzione artistica dal centro alla periferia, l’allontanamento dalle concentrazioni tradizionali della cultura, l’individuazione dell’asse di uscita dalla città (autostrada A1 e ferrovia) come possibilità di comunicazione con il territorio extra-urbano. Il recupero di questo spazio costituisce la possibilità di riqualificare e rifunzionalizzare un’area urbana di straordinaria importanza storica e simbolica della città.

In seguito a un grave incendio che ha reso inagibile lo spazio per circa due anni, Lenz Teatro è stato riaperto al pubblico nel settembre 2001, dopo un importante intervento di ristrutturazione curato dall’Arch. Isabella Tagliavini, che ha portato all’adeguamento degli impianti tecnologici, alla rifunzionalizzazione degli spazi di servizio e all’abbattimento delle barriere architettoniche.

Lenz Teatro ha conservato l’identità industriale degli spazi di produzione evidenziandone le caratteristiche architettoniche e funzionali. La superficie dei locali è di circa 1000 mq. E’ dotato di due sale teatrali, ingresso, zona uffici, saletta archivio, due camerini, laboratorio scenotecnico, costumeria, stanza trucco, quattro servizi igienici (tra cui servizio per disabili), magazzino, ascensore, tre scale d’accesso e relative uscite di sicurezza. Lenz Teatro è un luogo di produzione culturale, di sperimentazione e formazione teatrale, di ricerca musicale.

MEMORIA DEL LAVORO. LUOGO DEL TEATRO

Il 1988 ci ha rivelato gli spazi segreti dell’edificio, le grandi sale, le camere, i corridoi, le finestre sui cortili, il sottotetto. Percorsi, vuoti, dall’esterno in un interno che va in un interno, un labirinto di vie in un corpo urbano compreso tra altri corpi simili per funzione e per architettura. La sua nascita risale agli anni trenta. Quando lo abbiamo percorso la prima volta eravamo già all’interno di una scena possibile, l’acustica delle sale è stata subito generosa e la suddivisione degli spazi, funzionale al lavoro operaio, risultava perfettamente adatta per il lavoro del teatro. Un teatro di laboratorio e di ricerca. Un teatro di lavoro, quindi.

Abbiamo tolto soltanto alcune pareti che erano state aggiunte nel corso dei decenni, installato un impianto di riscaldamento ad aria e un impianto elettrico idoneo all’uso teatrale. Abbiamo ricavato un ingresso con scalone di accesso a norma, una sala lettura, due grandi sale di rappresentazione, una stanza di ospitalità, due uffici, un laboratorio scenotecnico, camerini per il trucco e due servizi. Bruno Ganz e Edith Clever ci hanno ringraziato per averli riportati ai tempi della prima Schaubühne e avergli restituito un “modo e un’aria” che pensavano perduti.

Tutti gli spazi dell’edificio vengono utilizzati per la rappresentazione secondo le diverse scelte drammaturgiche, ma è nelle due grandi sale che realizziamo gran parte delle opere artistiche. Sala Majakovskij e Sala Est. La poesia e l’oriente, due punti centrali del lavoro di Lenz Rifrazioni. La poesia come necessità e l’oriente nella tragedia. Hölderlin. Lo spazio vuoto, orizzontale e verticale, giù e su, si riempie di corpi d’attore, di voci, suoni, colori artificiali e naturali secondo linee e curve drammaturgiche. E tutto rimane, oltre la rappresentazione, impresso nello spazio. Nella memoria. Ma anche sui muri, sul pavimento, sui tiranti di ferro, sul tetto di travi e mattoni. Il lavoro continua a lasciare segni riconoscibili e irriconoscibili, alla luce o nascosti, per tutti o per qualcuno.

Tutto l’edificio è situato in quartiere storico della città, storico per la industrializzazione e per la qualità urbana; da quartiere di lotte operaie e dormitorio si sta velocemente trasformando in prolungamento del centro commerciale e terziario. L’architettura cambia rapidamente e abbatte i grandi centri industriali del passato, rimangono pochi spazi che la città dovrebbe recuperare alla funzione culturale e produttiva. L’arte ha sempre bisogno di spazio. Come l’uomo del resto.

Francesco Pititto, 1992

LO SPAZIO DEL TEATRO

“Lo spazio del teatro, per essere vivo, deve avere proporzioni e memoria. Se non è più il palazzo degli spettatori o il museo della cultura, può essere la casa degli attori. Un luogo abitato anche prima e dopo lo spettacolo, un luogo di lavoro in cui si ha interesse ad essere ospiti. Si può certo abitare in case costruite per altri o per altro (è quel che di solito viene fatto); si può anche costruire la casa in cui abitare come artisti e in cui ricevere ospiti. Qui lo spettatore che viene allo spettacolo sente lo spazio vissuto e vede quello spazio come elemento vivo e funzionale dello spettacolo stesso; qui lo spazio dello spettacolo crea la condizione del suo essere guardato, crea lo spettatore.

Nella cultura greca il teatro era uno dei luoghi sacri della polis; nel teatro rinascimentale il mito dello spazio antico si inverava però nelle prassi della sala della corte, il luogo dell’autocelebrazione; la civiltà della borghesia faceva del teatro il monumento della città, prima come la Chiesa e il palazzo del Municipio, come la Borsa e la Scuola o il Museo; oggi il teatro è lo spazio a parte in cui si esaltano quei valori di interrelazione faticosamente e drammaticamente riconquistati alla negazione quotidiana. Ma ogni progetto di teatro resterà solo monumento o diventerà come quelle case disabitate di cui resta solo la facciata se non lo si darà come abitazione agli uomini di teatro.”

Così terminava Fabrizio Cruciani, tra i più sensibili studiosi di teatro italiani, il capitolo ottavo – Lettera a un architetto – della sua ricerca “Lo spazio del teatro” e questo frammento continua a raccontare perfettamente della nostra esperienza. Lenz Teatro rappresenta uno dei pochissimi esempi di teatro concreto in Italia ottenuto da spazi post-industriali reinventati ad abitazione artistica per volontà ostinata e privata di un gruppo di artisti, Lenz Rifrazioni. Dal 1989 ad oggi centinaia di allievi attori, migliaia di spettatori, decine di artisti e compagnie da tutta Europa sono stati nostri ospiti nell’accezione di Cruciani.

Oggi questo luogo sta subendo una trasformazione radicale all’interno di una più ampia “riqualificazione urbana” e un progetto di nuovo teatro sulla struttura del vecchio è stato realizzato da uno degli studi di architettura più avanzati del mondo – l’MBM Arquitectes di Oriol Bohigas – ma ancora non sappiamo se verrà realizzato o se verrà edificato un nuovo edificio per ora classificato “polo culturale”. Siamo stati ascoltati e abbiamo indicato molte priorità per mantenere una continuità con l’esperienza fin qui praticata e mai disgiunta da un’etica e un’estetica artistiche ma, nel tempo dell’attesa per una decisione al di sopra delle nostre volontà, vorremmo che partendo dalla ricerca citata si facesse di nuovo il punto sullo stato delle cose contemporaneo per tutto quanto riguarda lo spazio del teatro.

Negli ultimi anni diverse città italiane hanno recuperato spazi di archeologia industriale alla funzione culturale, così come da decenni si è fatto in Inghilterra, Germania, Francia ma l’aumentare delle possibilità “abitative” non sempre ha favorito la nascita di nuova espressività e dinamismo linguistico stanziale quanto piuttosto la risposta quantitativa ad un bisogno di casa per molte realtà in cerca di spazi, ma che nella maggior parte dei casi si riducono a soluzioni necessariamente provvisorie vista la cronica carenza di adeguato sostegno pubblico che garantisca continuità. In più senza alcuna riflessione sulla relazione tra drammaturgia e spazio progettato, tra attore e spettatore, tra percezione e creazione. Ben altro discorso sugli spazi storici e monumentali utilizzati per momentanee installazioni e azioni performative teatrali, musicali o di danza che subiscono provvisorie metamorfosi esaltando sia il proprio status di edifici rappresentativi della storia di una comunità sia la propria intrinseca disponibilità a farsi contenitori prestigiosi della contemporaneità. La Reggia di Colorno è un esempio superlativo di tale duttilità estetica, architettonica, artistica. Su questi e altri argomenti la tredicesima edizione del festival internazionale Natura Dèi Teatri a aperto un libero e informale confronto tra architetti, creativi e artisti, tra tecnici e spettatori presenti nel corso delle rappresentazioni e agli eventi performativi.

Francesco Pititto, 2008

Spazi Lenz

 

 

Sala Est

 

 

Sala Majakovskij