VERDI MACBETH

PROGETTO PER FESTIVAL VERDI 2018

“Come un lamento”, per usare una didascalia verdiana: un lamento che percorre circolarmente l’opera, ripercuotendosi sinistro in una molteplicità inquietante, martellata o sussurrata di rimbombi, di echi, di riverberi, di rifrazioni. Esso qualifica il particolare cromatismo del Macbeth, che propone una distorsione espressionistica delle funzioni tonali, costringendole nel vortice aspro delle modulazioni petrose o bloccandole in ambigui ristagni, più consentanei all’aridità secca e triste del blasted heath shakespeariano che ai macerati veleni della Romantik”: così scriveva Francesco Degrada nel 1976 in “Macbeth, un’opera sperimentale”. Ripensare a quel lamento che il compositore indicava in partitura e che trasporta il bianco e il vuoto del blank verse. Il Macbeth ci trasvola sulla blasted heath dove la terra è bagnata e il profumo di erica punge la gola. Che lamento esce adesso dalla sua bocca?

L’esperienza artistica e formativa praticata da Lenz Fondazione con gli ospiti della REMS di Mezzani (Parma) – giunta al terzo anno dalla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari – si innesta nella nuova produzione che ha per oggetto d’indagine il Macbeth di Giuseppe Verdi. L’opera è inserita nel programma artistico del Festival Verdi 2018 e la nuova produzione VERDI MACBETH prosegue la linea di ricerca e sperimentazione sulle opere del Maestro dopo il successo di pubblico e critica ottenuto da Verdi Re Lear, Autodafé dal Don Carlos e Paradiso dai Quattro Pezzi Sacri.

Nel Macbeth sono diversi i nodi drammaturgici sullo stato psichico/fantastico/onirico dei protagonisti. I volti degli attori REMS diventano il transfer visivo (sociale, emozionale) per gli spettatori del Macbeth e la questione della follia e delle visioni di Lady Macbeth e del suo consorte diventano materia vivente, atto violento rimembrato e rielaborato, allucinazione rimessa a fuoco in un contesto drammaturgico e di rappresentazione dell’opera. Un lamento, un basso continuo lirico, tragico, vero.

Sull’inesorabilità, inconsolabilità, decisione e irreparabilità delle proprie azioni sono state ricercate le linee interpretative, linguistiche di questa nuova opera di Lenz, attraverso gli indispensabili impulsi di chi, rinchiuso per decenni in carceri senza nemmeno la consolazione (o la tortura) del senso di colpa, ci ricorda senza finzione che la vita è davvero un’ombra che cammina e l’attore un povero idiota che fatica a raccontarci il niente.

Non si chiede all’attore di rivelare se stesso, ma di dare più potenza alle parole del testo attraverso l’interpretazione, la rilettura della propria parabola esistenziale. Attori altrove nel tempo e nello spazio, attrice e cantanti corpus artistico dentro un’opera fantastica che rielabora la ricerca verdiana nella più vera e rischiosa delle modalità registiche: sonnambulismo, sogno e profezia, magia e canto, parola poetica e verità del “fatto” e, infine, melodramma e nuova scrittura musicale.

E il contesto nel quale l’opera è cresciuta è davvero un carcere mentale prima ancora che struttura contenitiva e di riabilitazione dalla colpa. La responsabilità di aprire il verso shakespeariano, seppur tradotto, in relazione al mondo di fuori è già di per sé tentativo di uscita drammaturgica dall’incubo della colpa: l’attore diventa allora davvero l’immagine cristallo del proprio passato e del proprio presente, i versi di Macbeth e della Lady, così come quelli delle streghe sembrano uscire, con tecnica sconosciuta e solo minimamente corretta, come lame di coltelli che volteggiano reali e non frammenti di un sogno delirante come il dialogo a distanza, da reale a virtuale, da luogo a luogo, da condizione a condizione, da tempo passato a tempo presente tra l’attore costretto nel suo “castello” e l’attrice che vive la  sua scena.

Le tre streghe della profezia sono ombre della mente, presenze di una sofferenza che stringe lo sguardo e lo proietta nel fantastico, occhi e parole pulsanti sangue e paure, messaggeri di verità che ci riguardano. Cancelli e alberi deformati prendono il posto del castello, della fitta foresta di Birman che avanza, mani che lavano altre mani per lavare via l’irreparabilità del “fatto”.

L’installazione del Verdi Macbeth è composta da ventiquattro terrari abitati da migliaia di grilli e insetti vivi il cui frinire costituisce, insieme alle voci verdiane, il materiale sonoro dell’opera scenica. Il continuum ossessivo del loro canto si impossessa progressivamente dell’intero spazio sonoro, in un ‘crescendo’ simmetrico alle ossessioni di Macbeth e Lady Macbeth. La natura entra nel disegno installativo come un principio orrorifico fantastico e reale insieme.

 

VERDI MACBETH
da Giuseppe Verdi e William Shakespeare
Drammaturgia e imagoturgia | Francesco Pititto
Installazione, costumi e regia | Maria Federica Maestri
Rielaborazioni musicaliAndrea Azzali
Movimenti coreografici | Monica Bianchi
Cantanti | Accademia Verdiana
Interpreti | Ensemble Lenz
In video | Ospiti REMS di Mezzani | Germano Baschieri (Macbeth), Mattia Sivieri, Ivan Fraschini, Daniele Benvenuti
Cura | Elena Sorbi
Organizzazione | Ilaria Stocchi
Comunicazione e ufficio stampa | Michele Pascarella
Cura tecnica | Alice Scartapacchio
Fonica | Gianluca Losi
Produzione | Lenz Fondazione
In collaborazione con | Teatro Regio Festival Verdi, AUSL_DAISM-DP_REMS Dipartimento Assistenziale Integrato di Salute Mentale Dipendenze Patologiche AUSL di Parma e REMS – Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza Sanitaria