VERDI MACBETH

VERDI MACBETH
dramma fantastico e vero

Una nota, una sola, ripetuta. Il raschiatore attraversa la lima e vibra la nota.
Gli strumenti sono nel corpo, appoggiati alla schiena – Gryllus campestris – e la nota suonata è per lei, la femmina.
Corpi e suoni, perché i grilli sono lì, tanti, invertebrati presenti, odoranti, silenti nel movimento. E il suono è sì richiamo sessuale ma anche parola – grilli parlanti – parola di lamento, goccia di lacrima penitente per quel che è già successo, anche se deve ancora accadere Il Fatto, l’assassinio, il tradimento, il potere, la profezia.
E l’intera comunità di singole note s’innalza a canto, un insieme di umani e invertebrati in unico coro che risuona a morto. Il corso lineare della storia è stato alterato, la drammaturgia ha scombinato il testo, anzi i due testi. Shakespeare e Piave.
Del grande coro del popolo rimane un gruppo di adolescenti a intonare, nell’oggi, l’impeto risorgimentale e liberatorio. Soli tra gabbie risuonanti di un’unica nota.
Il Fatto è stato fatto. Prima e/o dopo. Il tempo che compatta è la musica di Verdi.
Ora il frinire è per lei e lui già ne piange la colpa, mentre ancora non inizia la gloria.
O voluttà del soglio! Il tempo fonde il prima e il dopo, e rimane solo il Fatto.
Il pensiero si forma, orrenda imago!, anche se niente esiste ancora.
La Lady si sdoppia rimanendo uguale, dialoga con se stessa, l’una canta e l’una dice, mentre il richiamo vibrante dei grilli in gabbia scandisce il tempo del fare.
Vengono poi le streghe barbute a con/fondere desiderio e pena, sesso e domani, profezie.
E il bambino mai nato, e quello non nato da donna, e … domani e domani e domani.
E le mani, di chi ha fatto. E le mani che trasudano macchie, e le mani che lavano mani, e che non lavano più alcuna mano né macchia.
Ho udito Io il gufo urlare e i grilli lacrimare. Nemmeno le lacrime lavano via il Fatto, ma il frinìo scorre come torrente di richiamo d’amore e di lamento, e la colpa riemerge e poi la colpa colpisce.
E infine dovrà Hecate, divinità dei demoni e dei morti, ricordare chi regna davvero sulla notte della mente, su quel che sembra vero e che davvero è reale – sul corno della luna sta pendendo/una goccia di vapore, e sta cadendo – e viene a sovvertire l’alto e il basso, a rimettere in sesto il mondo del maschio e della femmina, l’umano e l’inumano, viene a riprendersi, nel concerto ostinato dei grillidi, l’ultimo respiro di un povero demente.
E poi lo cede, come ultima preghiera, alla Lady ormai errante tra i terrari brulicanti.
Io avevo da morire, qui o dopo… Breve e sublime.

Francesco Pititto

 

L’installazione del Verdi Macbeth è composta da ventiquattro terrari abitati da migliaia di grilli e insetti vivi il cui frinire costituisce, insieme alle voci verdiane, il materiale sonoro dell’opera. Lo spazio scenico riproduce la struttura architettonica dell’antico santuario dedicato al culto di Hecate – divinità che regna sui demoni e sui morti – funzione drammatica fondamentale dell’opera shakespeariana. Nell’area sacra il continuum ossessivo del canto dei grilli si impossessa progressivamente dell’intero spazio sonoro, in un crescendo simmetrico alle ossessioni di Macbeth e Lady Macbeth. La natura entra nel disegno installativo dell’opera come un principio orrorifico fantastico e reale insieme. Il paesaggio interiore di tormenti, ossessioni e paure si fa prova, estensione sensibile del soggetto. L’ineluttabilità del ciclo morte-vita nella Phisis – principio e causa di tutte le cose – non attenua, non elude la responsabilità della colpa, ma ne dissolve la retorica eroica.

Maria Federica Maestri

Nel Macbeth sono diversi i nodi drammaturgici sullo stato psichico/fantastico/onirico dei protagonisti. I volti degli attori REMS diventano il transfer visivo (sociale, emozionale) per gli spettatori del Macbeth e la questione della follia e delle visioni di Lady Macbeth e del suo consorte diventano materia vivente, atto violento rimembrato e rielaborato, allucinazione rimessa a fuoco in un contesto drammaturgico e di rappresentazione dell’opera. Un lamento, un basso continuo lirico, tragico, vero.

Sull’inesorabilità, inconsolabilità, decisione e irreparabilità delle proprie azioni sono state ricercate le linee interpretative, linguistiche di questa nuova opera di Lenz, attraverso gli indispensabili impulsi di chi, rinchiuso per decenni in carceri senza nemmeno la consolazione (o la tortura) del senso di colpa, ci ricorda senza finzione che la vita è davvero un’ombra che cammina e l’attore un povero idiota che fatica a raccontarci il niente.

Non si chiede all’attore di rivelare se stesso, ma di dare più potenza alle parole del testo attraverso l’interpretazione, la rilettura della propria parabola esistenziale. Attori altrove nel tempo e nello spazio, attrice e cantanti corpus artistico dentro un’opera fantastica che rielabora la ricerca verdiana nella più vera e rischiosa delle modalità registiche: sonnambulismo, sogno e profezia, magia e canto, parola poetica e verità del “fatto” e, infine, melodramma e nuova scrittura musicale.

E il contesto nel quale l’opera è cresciuta è davvero un carcere mentale prima ancora che struttura contenitiva e di riabilitazione dalla colpa. La responsabilità di aprire il verso shakespeariano, seppur tradotto, in relazione al mondo di fuori è già di per sé tentativo di uscita drammaturgica dall’incubo della colpa: l’attore diventa allora davvero l’immagine cristallo del proprio passato e del proprio presente, i versi di Macbeth e della Lady, così come quelli delle streghe sembrano uscire, con tecnica sconosciuta e solo minimamente corretta, come lame di coltelli che volteggiano reali e non frammenti di un sogno delirante come il dialogo a distanza, da reale a virtuale, da luogo a luogo, da condizione a condizione, da tempo passato a tempo presente tra l’attore costretto nel suo “castello” e l’attrice che vive la  sua scena.

Le tre streghe della profezia sono ombre della mente, presenze di una sofferenza che stringe lo sguardo e lo proietta nel fantastico, occhi e parole pulsanti sangue e paure, messaggeri di verità che ci riguardano. Cancelli e alberi deformati prendono il posto del castello, della fitta foresta di Birman che avanza, mani che lavano altre mani per lavare via l’irreparabilità del “fatto”.

L’installazione del Verdi Macbeth è composta da ventiquattro terrari abitati da migliaia di grilli e insetti vivi il cui frinire costituisce, insieme alle voci verdiane, il materiale sonoro dell’opera scenica. Il continuum ossessivo del loro canto si impossessa progressivamente dell’intero spazio sonoro, in un ‘crescendo’ simmetrico alle ossessioni di Macbeth e Lady Macbeth. La natura entra nel disegno installativo come un principio orrorifico fantastico e reale insieme.

 

VERDI MACBETH

Da Verdi e Shakespeare

Commissione speciale Festival Verdi 2018

Drammaturgia e imagoturgia | Francesco Pititto

Regia, installazione, costumi | Maria Federica Maestri

Rielaborazioni musicali ed esecuzione live electronics | Andrea Azzali

Cantanti | Roxana Herrera Diaz (soprano), Hyunwoo Cesare Kwon (baritono), Eugenio Maria Degiacomi (basso)

Interpreti | Sandra Soncini, Valentina Barbarini

Coro live | Coro Giovanile Ars Canto Giuseppe Verdi diretto da Eugenio Maria Degiacomi: Jacopo Jorge Antonaci | Sara Bertoli | Luca Cesare Devalier | Mattia Furlattini | Guido Larghi | Giovanni Pelosi | Alessandro Puglia

Coro in video | Coro del Teatro Regio di Parma

Maestro del coro | Martino Faggiani

Altro Maestro del coro | Massimo Fiocchi Malaspina

Soprani | Damiana Avogadro | Maria Letizia Bazzolo | Federica Bersellini | Livia Campanella | Lorena Campari | Alessia Cavalca | Sumika Kanazawa | Alessandra Maniccia | Felicity Murphy | Eleonora Pirondi | Maria Chiara Pizzoli | Lorelay Solis

Alti | Olga Kulicheva| Ewa Lusnia | Simona Mastropasqua | Marianna Petrecca | Gloria Petrini | Maria Vittoria Primavera | Donatella Riosa | Laura Rivolta | Deborah Salvagno

Tenori | Gianmarco Avellino | Lorenzo Baldini | Francesco Fontana | Giacomo Gandaglia | Marco Gaspari | Giovanni Gregnanin | Simone Lollobattista | Damiano Lombardo | Roberto Miani | Marco Angelo Müller | Dongmin Shin | Fabio Tamagnini

Baritoni / Bassi | Daniele Cusari | Emanuele Dominioni | Maurizio Ferrarini | Enrico Gaudino | Matteo Mazzoli | Davide Ronzoni | Tiziano Rosati | Marcelo Schleier Sacco | Alfredo Stefanelli

Performer in video | Germano Baschieri, Mattia Sivieri, Ivan Fraschini, Daniele Benvenuti

Shooting fotografico | Fiorella Iacono

Cura | Elena Sorbi

Organizzazione | Ilaria Stocchi

Segretaria di produzione | Loredana Scianna

Ufficio stampa e comunicazione | Michele Pascarella

Cura Tecnica | Alice Scartapacchio, Lucia Manghi

Progetto acustico | Beppe Pelliciari

Media video | Stefano Cacciani

Assistente | Marco Cavellini

Produzione | LENZ FONDAZIONE

in collaborazione con:

Teatro Regio – Festival Verdi

Ausl Parma Dipartimento Assistenziale Integrato di Salute Mentale Dipendenze Patologiche e REMS

e con il sostegno di:

MiBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Regione Emilia-Romagna

Comune di Parma

nell’ambito di

Parma 2020 Capitale Italiana della Cultura

EnERgie Diffuse Emilia-Romagna

Anno europeo del patrimonio culturale 2018

XIV Giornata del Contemporaneo a cura di AMACI – Associazione Musei d’Arte Contemporanea Italiani

Non si può escludere che Lenz Fondazione usi il canto come via regia per provocare reazioni acustiche, olfattive, percettive e legarle insieme in un’unità. Tutti i sensi devono contribuire a rappresentare la misteriosa e innaturale vicenda di Macbeth, di cui l’urlo del grillo ne è il sintomo più sinistro. La rappresentazione di uomini vestiti da donna indica, ad esempio, il sovvertimento della distinzione di natura più essenziale, ossia la coppia maschio-femmina. O ancora, l’odore dei grilli morti può specificare, ad esempio, che questo animale non urla semplicemente dal dolore: ben più eloquentemente, muore dal dolore e, per questo, urla.

Enrico Piergiacomi, filosofo, ottobre 2018

 

[…] Un intreccio drammatico il cui impasto espressivo veniva completato dalle rielaborazioni musicali di Andrea Azzali, capaci di miscelare frammenti registrati e interventi in live electronics in un magma dalla densità timbrica cangiante, facendo affiorare schegge più o meno ampie dell’opera di Verdi, suoni di violoncelli isolati e reiterati, ossessive sequenze sonore dal condensato colore metallico, il tutto in una plasticità narrativa coesa e pregnante, capace di racchiudere in un ideale e compatto involucro sonoro l’intera rappresentazione, una sorta di bozzolo acustico dove custodire – e osservare da una certa distanza – la sempiterna decomposizione del male e delle sue larve.

Alessandro Rigolli, Giornale della Musica, 18 ottobre 2018

 

La lucida visione di Francesco Pititto e Maria Federica Maestri esilia la psiche macbettiana nella più completa solitudine morale, lascia che essa graviti attorno alla consapevolezza della propria natura corrotta e vuole che precipiti nell’autoinflizione di un tormento imperituro e soffocante.

Daniele Rizzo, Persinsala, 16 ottobre 2018

 

Superba Sandra Soncini, indimenticabile Lady Macbeth in quella sorta di tensione intima e tribale a un tempo, quando, dopo aver ripudiato, a seno scoperto, la propria femminilità, muove ogni parte di sé, ricurva, quasi una danza di muscoli e tendini con quel «Resisti!» finale ripetuto più volte. Magnifica!

Valeria Ottolenghi, Gazzetta di Parma, 14 ottobre 2018

 

Ancora una volta Lenz Fondazione ha dato vita a un lavoro complesso e sinuoso, dove l’astrazione, la visionarietà, la ricerca estetica vengono riportate, non senza rischi, alla concretezza di un’esperienza sensibile (e sensoriale), e a un disegno teatrale e musicale di indiscutibile pregio ed equilibrio.

Francesca Ferrari, Teatropoli, 20 ottobre 2018

 

Alla fine, Maestri e Pititto liberano i grilli, come tutti temevano fin dal principio: ma non lo fanno davvero, lo fanno spargendo le loro ombre per la sala Majakovskij, con un effetto di luci. Il dramma concepito dall’Imaginifico Pititto, insomma, si fa sinestesia e metafora, in una dimensione onirica che non lascia tregua. Imperdibile.

Camillo Bacchini, critico letterario, 17 ottobre 2018