MACBETH

Il nuovo capitolo shakespeariano dedicato a Macbeth coglie ed assume come stimolo creativo un momento storico di particolare rilevanza in Italia per la gestione sociale della follia.
Esito drammaturgico del laboratorio condotto con gli ospiti della REMS – ex Ospedali Psichiatrici Giudiziari – il Macbeth di Lenz assume i loro volti e le loro voci come transfert visivo ed emozionale della figura tragica di Macbeth, e la questione della follia e delle visioni di Lady Macbeth diventa materia vivente, atto violento rimembrato e rielaborato, allucinazione rimessa a fuoco.

Stiamo ricercando le linee interpretative, linguistiche e musicali di questa nuova opera di Lenz attraverso gli indispensabili impulsi di chi, rinchiuso per decenni in carcere, ci ricorda senza finzione che la vita è davvero un’ombra che cammina e l’attore un povero idiota che fatica a raccontarci il niente.

 L’ho fatto io il fatto

Anche la finzione più esplicita ha l’intento di sostituirsi alla realtà così come la più problematica e cruda verità ha per fine ultimo l’improbabile scomparsa di quel confine. Il teatro non è la vita a meno che la vita non sia il teatro. C’è un solo attore per il quale questa equazione potrebbe essere vera: l’attore che non conosce quel confine, l’attore che non gioca un ruolo ma se stesso, l’attore che abita la scena come la vita”. Così abbiamo scritto, diversi anni fa, sull’attore sensibile e sulla restituzione al teatro di quella parte virtuale – della vita – indispensabile a ricrearne il senso comune, l’utilità collettiva.
L’aver posto come testo d’indagine il Macbeth di Shakespeare porta, poi, le questioni direttamente al centro, al compimento di un’azione decisiva, di un fatto determinante per la biografia dell’attore e dei protagonisti del dramma: “l’ho fatto io, il fatto. Ho udito io il gufo urlare e i grilli lacrimare. Credo d’aver sentito: Sonno non più! Macbeth ha ucciso il Sonno, l’innocente Sonno.” Il delirio, il senso di colpa, le visioni, la morte sono paragrafi di una vita vissuta e testuale che si sovrappongono all’interno di una sfera di cristallo dove destini, streghe e sangue piovono dall’alto come neve, dopo aver capovolto e rimesso in sesto la sfera stessa. L’attore diventa allora davvero l’immagine cristallo del proprio passato e del proprio presente, i versi di Macbeth e della Lady, così come quelli delle streghe sembrano uscire, con tecnica sconosciuta e solo minimamente corretta, come lame di coltelli che volteggiano reali e non frammenti di un sogno delirante. Il dialogo a distanza, reale e virtuale, tra l’attore detenuto nel suo luogo/castello e l’attrice performante nella sua scena teatrale diventa scambio di voci e sussurri di due Piramo e Tisbe contemporanei; i due amanti e complici sono distanti e in mezzo sta il muro del vivere civile e della società reale.

MACBETH
da William Shakespeare
Testo e imagoturgia | Francesco Pititto
Installazione, elementi plastici e regia | Maria Federica Maestri
Musica | Andrea Azzali
Consulenza scientifica | Rocco Caccavari
Interprete | Sandra Soncini
In video | Ospiti REMS di Mezzani | Germano Baschieri (Macbeth), Mattia Sivieri, Ivan Fraschini, Daniele Benvenuti
Luci | Alice Scartapacchio
Produzione | Lenz Fondazione
In collaborazione con | AUSL_DAISM-DP_REMS Dipartimento Assistenziale Integrato di Salute Mentale Dipendenze Patologiche AUSL di Parma e REMS – Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza Sanitaria

– Macbeth, gli ospiti della Rems mettono in scena la tragedia di Shakespeare
Laura Pasotti, RedattoreSociale_7 marzo 2016
(…) “Da oltre 15 anni realizziamo azioni artistiche con lungodegenti psichici, in situazioni degradate per l’abitudine al pensiero e alla riflessione – spiega Maria Federica Maestri – L’anno scorso l’Ausl ci ha proposto di lavorare con gli ex ospiti degli Ospedali psichiatrici giudiziari. Da questa sollecitazione, abbiamo cercato di innescare una motivazione drammaturgica”. È nato così il lavoro sul Macbeth: “L’anniversario di Shakespeare, che avevamo già pensato di celebrare con una riedizione della tragedia, allestita nel 2000, è la valvola del necessario che innesca il processo artistico – continua Maestri – . E poi c’è l’imbarazzante coincidenza del tema, dell’equilibrio psichico compromesso, della condizione emozionale conflittuale che crea un trauma nella realtà”. (…)
http://www.agenzia.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/502616/Macbeth-gli-ospiti-della-Rems-mettono-in-scena-la-tragedia-di-Shakespeare

– Intervista a Maria Federica Maestri sul Macbeth di Lenz Fondazione
Saul Stucchi, AlbiOnline_15 marzo 2016
(…) Da parte degli ospiti c’è una grandissima disponibilità a misurarsi con un testo complesso, in una traduzione (quella di Pititto) che non fa concessioni, non banalizza e non facilita certo l’ingresso attraverso scorciatoie narrative. (…)
http://www.alibionline.it/intervista-maestri-macbeth-lenz-fondazione/

– Macbeth di Lenz a Parma: un nuovo sguardo sulla nostra follia
Alessandro Trentadue, Repubblica.it_23 marzo 2016
(…) Un nuovo ribaltamento di prospettiva. Uno sguardo di relatività sociale che coinvolge tutti. Tutti noi “pazzi” moderni e modesti. Dopo aver avviato la nuova Cura Ludovico per Lenz Fondazione è tempo di un nuovo capitolo della ricerca insieme agli attori sensibili. (…)
http://tutti-in-scena-parma.blogautore.repubblica.it/2016/03/23/macbeth-di-lenz-a-parma-un-nuovo-sguardo-sulla-nostra-follia/

– Il Macbeth della svolta
Mariacristina Maggi, Gazzetta di Parma_29 marzo 2016
(…) Con questo progetto si definisce una nuova mappa teatrale e antropologica nella quale non esiste più follia e normalità, ma c’è una nube, una zona opaca che appartiene a tutti, nella quale confluiscono tantissime sensibilità e che può avere come punto di trasformazione e di incontro l’arte e il teatro; quel teatro capace di recuperare il valore del soggetto: anche di chi è stato isolato per troppo tempo. Noi entriamo in questa fessura e cerchiamo di costruire un ponte: un filo sottile che si relaziona con un mondo sconosciuto e una sensibilità differente. (…)

– #Dialoghi. Apettando il Macbeth di Lenz: esperienza estetica e gestione sociale della follia
Ranata Savo, SceneContemporanee_7 giugno 2016
(…) La scelta del dispositivo drammatico è fondamentale per individuare la funzione estetica dell’atto artistico: le limitazioni determinate dalle restrizioni della libertà personale poste dal sistema giudiziario (la concessione dei permessi è di pertinenza dei giudici) rendono de facto debole la presenza dell’attore inteso in senso tradizionale; ma è proprio questa condizione di realtà presagita, narrata, immaginata il dispositivo scenico che impianta il nostro Macbeth. (…)
http://www.scenecontemporanee.it/arti-performative/dialoghi-aspettando-il-macbeth-di-lenz-esperienza-estetica-e-gestione-sociale-della-follia-2075

– Naturà Dèi Teatri. Il punto cieco dei linguaggi
Valeria Borelli, Artribune_16 giugno 2016
(…) La riunificazione tra esperienza estetica radicale e comunità vivente può restituire al teatro la funzione etica originaria della tragedia. Questa ricerca ci pare ancora oggi necessaria per una costante riscrittura della nostra lingua teatrale, intesa come fisica dell’immaginazione, chimica di corpi sociali, differenziati ed esaltati nella soggettività del proprio agire estetico. (…)

Natura Dèi Teatri. Il punto cieco dei linguaggi

– Il peso della consapevolezza: a Naturà dei Teatri debutta il Macbeth di Lenz Fondazione
Giulio Sonno, PaperStreet_28 giugno 2016
(…) Ecco dunque il tema per eccellenza (artistico e umano): la consapevolezza. Consapevolezza di ciò che ci accade, di ciò che facciamo in risposta, di ciò che ne consegue. Tutti siamo parzialmente ciechi, tutti cioè possiamo riscoprirci padroni a metà del nostro io, ospiti di un corpo che ci condiziona. (…)
http://www.paperstreet.it/cs/leggi/macbeth-lenz-recensione-teatro.html

–  La prima del Macbeth di Lenz con gli ex detenuti degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari
Diego Monferdini, Il Piacenza_29 giugno 2016
(…) La scena, invece, minimalista e onirica, architettura di luci ed ombre generata dalle videoinstallazioni, è tutta per l’attrice storica di Lenz, Sandra Soncini. Austera, inesorabile, inconsolabile. In altre parole terribile sì, ma così vulnerabile. L’idea che suggerisce la messa in scena è un magma che somiglia ad uno stadio embrionale, come una placenta del cervello di Lady Macbeth. Siamo letteralmente dentro la sua testa e i suoi fantasmi, imprigionati tra le ringhiere dei REMS. La valenza della partitura musicale come in tutte le opere del teatro Lenz è davvero centrale: Azzali, attraverso impulsi di natura elettronica con un robusto retrogusto tragico, sottolinea la grammatica àfona di cuori rinchiusi per decenni in carcere senza nemmeno la consolazione (o tortura) del senso di colpa. (…)
http://www.ilpiacenza.it/blog/effetto-vertigo/la-prima-del-macbeth-di-lenz-con-gli-ex-detenuti-degli-ospedali-psichiatrici-giudiziari.html

–  Natura Dèi Teatri: Macbeth e Simone Weil
Alan Mauro Vai, TeatriOnline_1 luglio 2016
(…) Giocato sulle ombre, sulla luce, come su silenzi e sonorità cupe, il Macbeth di Lenz affronta la natura più profonda dell’uomo lasciando stralci di delirio e la tragicità dell’azione necessaria come via di non ritorno, fra ciò che è e ciò che sembra. (…)
https://www.teatrionline.com/2016/07/natura-dei-teatri-macbeth-e-simone-weil/

–  Macbeth e Amleto 2016, l’invenzione dell’umano di Lenz Fondazione, Francesco Dendi e Alessio Martinoli
Matteo Brighenti, PaneAcquaCulture_25 luglio 2016
(…) Sono volti di uomini allucinati, sfuocati, bruciati: un fluire di ciglia, capelli, barba, bocca, denti, spezzati, divisi dalle giunture che tengono insieme la scenografia, punti di sutura, rammendi lacerati come i sacchi di Alberto Burri. Quando quella caverna, quel monolite della mente omicida si apre, svela Sandra Soncini, Lady Macbeth vestita di nero su una sedia girevole. Oscurità alienata con un cuore che pulsa. (…)
https://paneacquaculture.net/2016/07/25/macbeth-e-amleto-2016-linvenzione-dellumano-di-lenz-fondazione-francesco-dendi-e-alessio-martinoli/

–  Macbeth. La colpa senza responsabilità
Luciano Uggè e Simona M. Frigerio, Artalks.net_10 dicembre 2016
(…) Il libro della vita (installazione firmata dalla stessa regista,  Maria Federica Maestri) che si apre per raccontare, attraverso lampi e suggestioni, brani della tragedia shakespeariana intessuti del linguaggio nuovo che scaturisce dal confronto con chi ha sperimentato direttamente la materia testuale nella propria esistenza. Tessere scomposte di un puzzleche ricostruisce la storia di un tradimento, un omicidio, un lento scivolare nella follia senza possibilità di salvezza – o, per chi ci creda, redenzione.
Scelta forte quella di creare un diaframma tra la performer, presente in scena, e gli ospiti del REMS, solo in video. Scelta, in parte dovuta a norme di sicurezza, che rafforza, a livello poetico, queste figure quali  presenze/assenze, imago archetipiche di colpa dell’immaginario filmico, che si fanno materia carnale all’interno della struttura/prigione (reale e metaforica), sebbene non possano e non debbano compartecipare la scena per non trasformarsi in racconto di se stesse.(…)

Macbeth. La colpa senza responsabilità

–  Disabilità e follia sul palco con Babilonia Teatri e Lenz Fondazione
Tommaso Chimenti, Il Fatto Quotidiano_10 dicembre 2016
(…) Senso di colpa che è fulcro e snodo anche della personalissima (come sempre originale e visionaria) versione del “Macbeth”pensato e architettato dai Lenz nelle loro forme deturpate, video nebbiosi sfumati, voci disturbanti come crepe a creare un tappeto dove i sensi si perdono e defluiscono, si miscelano come vasi comunicanti, si frantumano. Il canto shakespeariano sulla colpa e sui fantasmi che assillano la mente del colpevole qui diventamonologo (Sandra Soncini vestale rituale imperturbabile) ma supportato da un coro, in video, composto dai volti frammentati dipazienti detenuti in Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg). Pezzi di occhi e denti (di chi ha commesso realmente reati e si è macchiato di colpe indelebili) proiettati su una struttura circolare che ingloba come placenta, protegge come mano, si chiude come persiana, sbadiglia come confessionale, che è paravento dove nascondersi, grotta e abbraccio e curva. (…)
http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/12/10/disabilita-e-follia-sul-palco-con-babilonia-teatri-e-lenz-fondazione/3250154/

–  Applausi per...
Francesca Ferrari, Teatropoli_12 dicembre 2016
(…) L’opera di Lenz diventa metafora scenica, visionaria e immaginifica, capace di schiudere un mondo emozionale troppo spesso rifuggito eppure vero, ancorché capace di condurre ragione e sentimento oltre il significato della follia, verso una più attenta riflessione sul senso stesso di “azione” (performativa e reale). Il dialogo tra i protagonisti in video e la sola attrice “in presenza” – l’intensa Sandra Soncini,personificazione di Lady Macbeth e sacerdotessa di un rito teatrale dove condividere per gesti e percorsi linguistici quest’intima e profonda angoscia- crea tra vita vera ed esperienza teatrale un indissolubile legame simbolico, sempre sostenuto dalle parole (in reiterazioni e allitterazioni lancinanti), dalla fisicità (mostrata, quasi offerta in sacrificio, o solo raccontata) e, altresì, dalla traccia sonora evocativa e concreta (fusione di musica tonale, atonale ed elettronica). “L’ho fatto io il fatto” ma il fatto in questione non è più solo quello narrato nel capolavoro shakespeariano, a cui comunque idealmente si tende, né quello accennato negli sguardi dei detenuti in video (…)
http://www.teatropoli.it/dettaglio-notizia/500.html

– Attori sensibili alla corte di Lady Macbeth
Daniela Sacco, ATeatro_18 dicembre 2016
(…) La dialettica polare, tesa tra attore e attori sensibili, che Lenz ha sempre riconosciuto, si gioca nel Macbeth sul tema capitale della responsabilità del male, ed è offerta al pubblico nel contrasto irrisolto tra la colpa consapevole dell’essere razionale e la colpa inconsapevole dell’essere incapace di intendere e volere. Questa dialettica, come l’immagine benjaminiana, esplode in scena in costellazioni di immagini: è espressa plasticamente attraverso il materiale demonico delle immagini, di cui Lenz ha una ben allenata dimestichezza. È conio di Pittito l’espressione “imagoturgia”, che sembra raccogliere non solo l’azione fattiva, poietica, sulle immagini, ma anche l’Ur, la loro originarietà senza inizio nel tempo. Una originarietà che non essendo dislocata in un illo tempore non è semplicemente evocata, ma non può che darsi totalmente nell’immanenza spaziale della presenza scenica. Immanenza ovattante e respingente con cui Federica Maestri plasma lo spazio scenico nel dialogo fluido tra video e presenza fisica. (…)
http://www.ateatro.it/webzine/2016/12/18/attori-sensibili-alla-corte-di-lady-macbeth/