FAUST MEMORIES

In FAUST Memories Lenz ritorna alla trilogia faustiana, al grande affresco goethiano che ha scandito per tre anni (2000-2002) la produzione artistica e teatrale della compagnia. Molteplici sono stati gli incontri sulla via della ricerca poetica e tanti i luoghi di questo viaggio di conoscenza: gli attori sensibili, una nuova estetica visionaria e materica, scene naturali del mondo contemporaneo – il Teatro Farnese, la sala da ballo, la villa Maria Luigia nel bosco dei Carrega, il paese di montagna, la Reggia di Colorno, lo spazio industriale di Lenz Teatro. Tante “figure mosse” che ancora animano il ricordo della ri-creazione di un’opera romantica che ancora vive, di un’opera che risuona di echi antichi provenienti da storie leggendarie: “Della vita pulsano le vene neonate/L’alba dell’etere dolci salutano./Tu, Terra anche stanotte sei rimasta com’eri/”. La drammaturgia di FAUST Memories concentra in un assolo monologante lo streben, la furia faustiana del sapere, ciò che la smisurata Natura ancora nasconde, ancora risparmia all’uomo. Il Monologo, che assume in sé tutti i dialoghi che Faust recita a se stesso nel lungo volo di una vita – Urfaust, Faust I, Faust II -, compie il rito del ritorno, del volo all’indietro che porta verso il futuro. Magia e meraviglie risvegliano il teatro del presente ma è di nuovo l’uomo, nella sua incommensurabile differenza, che più affascina il nostro tempo. Goethe vide, da giovane, un Puppenspiele sulla leggenda di Faust il Mago e le marionette gli misero tra le mani l’anima stessa dell’opera futura. La Marionetta, l’Angelo, lo Spirito del Tempo, Donald Duck saranno, per Lenz, gli eroi parlanti di queste FAUST Memories.

DALL’URFAUST AL POSTFAUST

“Maschere e marionette, tutto il Faust II è anche un recupero del Puppenspiel infantile; non appena del senso dell’armoniosa ironia – quella che Croce, con il suo programmatico ottimismo soprapposto alla tentazione della decadente angoscia, voleva vedere a tutti i costi diffusa e non solo nell’ultima scena – ma in quello di una giustapposizione continua di apparenza umana e di apparenza inumana, a tutti i livelli, nelle féeries e fantasmagorie ma anche nelle tensioni tragiche e liriche. A mutamenti di identità tutti, non solo Faust e Mefistofele, sono sottoposti; anche l’Imperatore, Elena, Homunculus, Euforione, la stessa Margherita, i luoghi, i paesaggi; persino la scena di Filemone e Bauci è la sintetica tragedia d’una lunga e fatale metamorfosi.
Ora accade che, di volta in volta e di verso in verso, ora questo ora quel personaggio o portatore di parola o immagine o metafora si stacchino dalla congerie della deformazione stilizzata, dal suo processo parodico, per porgere elementi di immediatezza (di apparente immediatezza), di vitalità e freschezza, come la presenza di un corpo nudo fra manichini, di un volto senza maschera fra maschere. In realtà si tratta di una organizzata illusione ottica: perché il falso e il vero si scambiano di continuo le parti.”

L’introduzione di Franco Fortini al Faust, da lui integralmente tradotto, ci è riapparsa a posteriori – già nata, quindi, la traduzione scenica – come la più chiara analisi critica della nostra messa in scena. Il suo Faust ha accompagnato verso dopo verso la selezione e la riscrittura delle parti utilizzate per la nostra drammaturgia. La riscrittura risente evidentemente del metodo della “traduzione immaginaria” di cui parla Fortini, e da cui si distanzia nell’introduzione al suo lavoro, ma la metamorfosi necessaria alla parola affinché si trasmutasse in parola-opera ha condizionato modi e obiettivi del nostro testo. La nostra traduzione appartiene solo alla nostra scena, non avrebbe avuto senso altrove.

Così facendo, “l’effetto di risonanza o la nostalgia dell’originale” riteniamo di averli, comunque, mantenuti integri nella parola degli attori, come nei loro corpi e nelle loro trasfigurazioni contemporanee. Il nostro Urfaust contiene già tutti gli elementi drammatici che saranno poi rigenerati nel Faust I e nel Faust II; diversamente dall’originale, queste due parti non li ripeteranno ma li ripresenteranno a mutamento già avvenuto, qualche volta li anticiperanno oppure in altre parti li modificheranno.

Così per Elena tragico-classica, apparsa in duplice simulacro con Helena tragico-romantica nell’Ur, rientrare nel Faust II insieme a Paride ha significato fare ritorno al proprio luogo originario per sperimentare, praticandola, la potenza della propria bellezza: “E’ forse un ricordo?/E’ follia questa che mi prende?/Sono stata tutto questo? Lo sono, adesso?/Sarò così domani?/Dimmi tu una parola, una sola che abbia senso!”. Le sue parole saranno però quelle del suo doppio romantico, l’Elena tragica – “Appena nata ero già un miracolo./Gli altri nascono come sempre, io no. Sono nata in un uovo bianco./La mia vita è un sogno, una magia, perché sono bella.” – ha liberato l’altra, in lei si è compenetrata per farsi di nuovo rapire.

Così per Margrete nel Faust I non ci sarà un nuovo incontro con il giovane Faust – “Faust: Mia carina signorina, posso osare/il mio braccio a far da scorta e il suo portare? Margrete: Non sono signorina né carina/e posso senza scorta a casa andare.” – ma la morte del bambino (anticipata dalla fiaba), la follia e il carcere dell’Ur la porteranno, già mutata dalla vita, prima a cantare ancora al suo Faust già vecchio – “C’era un Re a Thule,/d’oro un boccale aveva/concepito d’amante/sua la Morte sopra il Letto.” – e poi a danzare per gli avventori dell’oscena cantina di Auerbach.
Nel Faust II riapparirà, poi, come “Una delle penitenti, chiamata prima Gretchen”:

“Intorno il coro degli spiriti/Il nuovo che viene si sente appena/Esistere, appena è la nuova/Vita che esiste, e già è uguale/Alle schiere sante. Vedilo,/come dai lacci di terra,/dall’antico costume si spoglia/e dal nuovo, dall’etere riesca/la forza prima di gioventù!/Fa che io gli insegni:/il giorno nuovo brucia ancora gli occhi suoi.”Così per File e Bau, già presenti nell’Ur, la trasfigurazione sarà per nuovi corpi d’attore, nuovi paesaggi scenici in cui i chiaro-scuri dell’originario tragico assumeranno, qui, i colori vivaci di una contemporaneità post-pop e disneyana. Nel caos immaginifico e fantasmagorico del Faust II, così aderente all’affresco di Goethe, entrerà per intenzionale vendetta postuma e nostalgia degli streben giovanili un frammento dell’Iperione di Friedrich Hölderlin,:“Che cosa è l’uomo?/Com’è possibile che esista/Una cosa/che fermenta, e bolle come un caos!/O che diventa marcio come un albero marcio?/E mai è maturo./Come può Natura sopportare/Quest’uva acida/Proprio in mezzo alle dolci uve? – Non disturbate l’uomo./Sin dalla culla./Non strappatelo dalla sua gemma chiusa,/non strappatelo dalla sua capanna di bambino!/Non preoccupatevi di lui, perché non senta la vostra assenza/E così da solo trovi la sua differenza!”

La “Dedica”, non situata all’inizio dell’opera ma all’inizio del Faust II, ripartirà invece da quel Puppenfaust di cui parla Fortini. È un ripartire da capo a metà del cammino, il risveglio di Faust per l’ultimo volo all’indietro: “Voi di nuovo qui, figure mosse/che un giorno al mio occhio siete apparse./Cerco io, forse adesso, di dirvi “Halt”?/Sarà il cuore mio come i sogni di una volta?”.
Poi Ariel, che chiudeva il Faust I, riaprirà al paesaggio nuovo, alla nuova impresa verso il Palazzo dell’Imperatore, verso la Galleria Oscura dove Faust incontrerà le Madri e la Chiave per riscoprire la bellezza nuova, la fisicità dell’anima, il sentimento del corpo. Nella Sala dei Cavalieri l’incontro con Elena e Paride indicherà la via per il nuovo mondo verso il quale si intravedono nuove aperture. Le Sirene e i Delfini, Erichto e le Lamie, via per l’Alta Montagna e la Campagna Aperta dove File e Bau, raggiunti in canoa d’aria dal Viandante, subiranno l’ultima violenza.

Poi la Mezzanotte: “Arriva, arriva, arriva /Stelle spariscono, scappan via le nubi./Ora le grigie tirano a sorte/Arriva adesso, è nostra sorella/E’ lei da sola, si chiama Morte!/Faust: Quattro ne ho viste entrare, /solo tre ho visto andare.” La fine di Faust, cieco alla morte, avverrà nel frastuono di un girotondo di Paperi, lontani e vocianti, echi infantili di un uomo che muore. Una Penitente, già Gretchen come indica il poeta, lo accoglierà al passaggio tra la terra e l’etere, seguita dai putti che abitano oggi il Cielo.

Francesco Pititto

FAUST Memories

dal Faust di Wolfgang Goethe

riscrittura | Francesco Pititto
regia, installazione, costumi | Maria Federica Maestri
interprete | Sandra Soncini
musica | Andrea Azzali, Adriano Engelbrecht
cura tecnica | Alice Scartapacchio
produzione | Lenz Fondazione
première | Lenz Teatro, Parma 19 marzo 2004
première seconda versione | Habitat Pubblico, Lenz Teatro, Parma 15 marzo 2018
durata | 55 minuti

FAUST MEMORIES – trailer

FAUST MEMORIES – video integrale

 

A distanza di quattordici anni dalla première la ripresa di Faust Memories è di più di una ripresa, è una sedimentazione, è una sorta di riemersione archeologica di un percorso carsico ed estetico che Lenz porta avanti con rigore e coerenza estetica.
Nicola Arrigoni, Sipario, 27 marzo 2018

Un’indimenticabile scorrere di citazioni, di espressioni, di stili mentre il testo pare perdersi, così meravigliosamente assorbito dalla potente fisicità dell’interprete.
Valeria Ottolenghi, Gazzetta di Parma, 19 marzo 2018

La fisicità si fa mondo, un corpo-palcoscenico, in cui ritrovare e cogliere mutamenti emotivi repentini, tensioni filosofiche, ventagli di passioni che sprigionano ricchezza di significati plurimi.
Francesca Ferrari, Teatropoli, 23 marzo 2018