RC ECHO

“Tutti gli umori del corpo si disperdono nell’aria. Non rimangono che la voce e le ossa. La voce esiste ancora:le ossa hanno preso l’aspetto di sassi. E così sta nascosta nei boschi e non si vede su nessun monte. Ma dappertutto si sente: è il suono che vive in lei”

Il secondo paragrafo di Radical Change, Echo_RC_02, la metamorfosi della ninfa Echo è interpretato attraverso una traduzione plastico-sonora con una performance live di Andrea Azzali. La ninfa Echo, nel racconto di Ovidio, non riuscendo a confessare il proprio amore al giovane Narciso e costretta soltanto a ripetere le sue parole, decide di nascondersi, per la vergogna, in mezzo ai boschi e agli anfratti rocciosi, così che nessuno possa più scoprire da dove provenga la sua voce. “Come in un sisma-sottolinea Maria Federica Maestri- coesistono due livelli di spinta, una che si riproduce dal basso verso l’alto ed una che si allarga orizzontalmente, così si possono interpretare le prime due performances di Radical Change: Phoenix Death viene percepita in maniera più forte e diretta, fa immeditatamete più ‘danni’ di bellezza, il secondo paragrafo di Radical Change viene percepito più lentamente, ma la qualità delle sue vibrazioni dura più a lungo. Si istituisce nel rapporto con il linguaggio sonoro sperimentale di Andrea Azzali, con la sua presenza, ‘mascherata’ nel raddoppiamento dal performer Antonio Corsi.

Finito, consumato lo spasmo amoroso della creazione, rimane l’eco di ciò che è ancora più immateriale del teatro, il suono: il segno che non crea corpo. Il tentativo era restituire alla visione il corpo rigido, il corpo fonte, il corpo della musica e del musicista che ri-assume le forme della Ninfa, la sua carnalità, il suo desiderio muscolare di suono. Questa performance presenta una modificazione minima dello spazio installativo. L’idea era di riuscire a ridisegnare una drammaturgia dello spazio non rimodulando semplicemente gli elementi in scena ma ridefinendoli, a partire dallo spazio del musicista collocate all’interno delle uova plastiche, diafane, incolori, in guisa d’eterno. Istituire all’interno di questa caverna trasparente 3 volumi cubici, forma perfetta che si oppone alla perfezione irriducibile della rotondità, a rappresentare l’angolosità graduata dell’atto di conoscenza. Proprio su un cubo si è deposto lo strumento artificiale, il computer, da cui proviene la memoria del suono originario: piedistallo ed insieme corpo della rappresentazione. Si sono restituiti pochi tratti dell’identità melodrammatica di Echo, una delle metamorfosi fondanti della cultura occidentale, del suo pensiero filosofico-amoroso. Su questo materiale poetico-simbolico abbiamo operato un processo di raffreddamento volto a privare, ad assottigliare, a rinsecchire il corpo narrativo piuttosto che ad irrobustire passionalmente la sua rappresentazione. E’ avvenuto il contrario con la metamorfosi della Fenice, la cui simbologia non rifonda i grandi mitologemi sentimentali occidentali: culturalmente ibrida è più vicina al pathos contemporaneo”.

ECHO

da Le Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone

creazione || Maria Federica Maestri | Francesco Pititto
traduzione | drammaturgia | imagoturgia || Francesco Pititto
installazione | involucri | elementi plastici || Maria Federica Maestri
musica || Andrea Azzali
regia suono || Maria Federica Maestri
performer || Andrea Azzali | Antonio Corsi
cura progetto || Lisa Gilardino
disegno luci || Gianluca Bergamini | Andrea Morarelli