I PROMESSI SPOSI

Dopo l’Hamlet nel teatro più bello del mondo, il Teatro Farnese, un altro importante capitolo nel lavoro ultradecennale di Lenz Rifrazioni con gli attori “sensibili”, ex lungodegenti psichici e persone con disabilità intellettiva. Questo percorso di ricerca unico in Europa per intensità e risultati espressivi, va ad innestarsi sulla messinscena del grande romanzo storico manzoniano, I Promessi Sposi, alla ricerca di una visione irrazionale e provvidenziale del teatro contemporaneo, avvio di un progetto biennale di creazioni sceniche dedicate all’opera di Alessandro Manzoni. Al centro della ricerca drammaturgica è dunque l’opera fondativa della lingua italiana, che come nelle precedenti riletture delle classicità viene ritrascritta in visioni contemporanee e rigenerata dall’estremismo linguistico e antiretorico di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto.

Alessandro Manzoni ha scritto: «l’Historia si può veramente definire una guerra illustre contro il tempo». Infinite storie fanno la Historia, infiniti racconti che lottano contro la condanna della dimenticanza, dell’oblìo privato. La ricostruzione di queste storie significa restituire dignità a questi cittadini senza cittadinanza. Dopo l’Hamlet i nostri Hamlets si sdoppiano nelle diverse figure manzoniane con le stesse ansie e gli stessi dubbi shakespeariani: “Io qui o io non qui …”. La maestosa opera manzoniana viene così riedificata in scena dai nuovi protagonisti dell’impresa. Sempre Manzoni scrive: “Tra il primo pensiero d’una impresa terribile e l’esecuzione di essa (ha detto un barbaro non privo d’ingegno) l’intervallo è un sogno, pieno di fantasmi e di paure” e così è nella realtà/finzione dei nostri Promessi Sposi, privi di un già delineato disegno misterioso e di divina provvidenza.
Considerato indubbiamente il capolavoro della letteratura italiana, il romanzo è stato scomposto in ventiquattro quadri performativi e visuali installati negli spazi di origine industriale del Lenz Teatro di Parma. Molti sono i nodi che caratterizzano la vita degli attori di questi Promessi Sposi, alcuni sono già stati tagliati nel corso di questi dodici anni di pratica artistica comune e molti sono ancora strettamente intrecciati tra la storia di ognuno e il presente che trae la propria energia da una passione ripetuta di riscatto e reincarnazione. La presa di possesso dei personaggi manzoniani da parte di questi “magnifici umili” diventa una contemporanea rivolta del pane e una ribellione all’oblìo, una pestilenza benefica che costringe alla malattia dell’uguaglianza e alla misericordia dell’attore tragico, di intransigente moralità come l’uomo verdiano. Melodramma e romanzo si intrecciano nelle ricostruzioni di vite vissute davvero, personaggi manzoniani e verdiani si sovrappongono e si fondono tra identità perdute e ricostruite su di un canovaccio personale che ritrova percorsi comuni, identiche epifanie e uguali sofferenze in un unico grande affresco di verità e rappresentazione.
Il testo recitato è una composizione di frammenti originali, dissertazioni a braccio, rielaborazioni filtrate da memorie differenti, substrati di episodi di vita realmente vissuti o immaginati, concerto polifonico di dialoghi metafisici e metapsicologici ma continuamente rientranti e di nuovo uscenti nella corsia maestra del rimando testuale originario. La moltiplicazione dei personaggi – due Lucia, tre monache di Monza (bambina-donna-vecchia) – la fusione schizofrenica con alterazione timbrica in un unico attore dell’Innominato e del Cardinale Borromeo, l’allegato arbitrario della morte di Don Rodrigo ripresa dal “Fermo e Lucia”, il tremore coreografico di Don Abbondio e il suo interrogarsi sull’amore fisico, sono alcuni dei passaggi metalinguistici più significativi concessi da una drammaturgia libera quanto un blank verse shakespeariano. Anche la visione dello spettatore è libera e deambulante, invitata a sostare frontalmente allo svilupparsi dell’azione principale ma con ampia possibilità di mutare il proprio punto di vista, attardarsi o precedere la sequenza in atto essendo la scena fisica e virtuale permanentemente attiva senza soluzione di continuità o intervalli. Tutto vive e accade hic et nunc, tutti i dieci attori abitano la scena contemporaneamente nel “Paese delle Stanze Luminose”.
La ricerca musicale di Andrea Azzali è realizzata sul “Requiem” di Giuseppe Verdi. Il metodo di lavoro si è sviluppato su due differenti procedimenti che conducono ad un unico risultato: la ri-drammatizzazione del “Requiem” all’interno della drammaturgia de “I Promessi Sposi”. Nello specifico, il brano “Lacrymosa” genera due differenti textures, il suono originale viene parcellizzato e catturato in una micro struttura spazio-temporale sovrapposta ad altre micro strutture che insieme vanno a generare un magma sonoro denso. Il secondo metodo, più tradizionale, porta ad una riscrittura della partitura originale nelle sue prime dodici battute ri-assemblate in un nuovo elemento che rinvia ad un ricordo-oblìo della struttura originaria. Il continuo rimando corre di pari passo con lo svilupparsi delle sequenze teatrali che delineano la nuova scrittura narrativo/segnica sul doppio binario personaggio-attore sensibile.

ESTETICA DELL’IMMAGINE PER I PROMESSI SPOSI DI LENZ
Corpi in vitro, semoventi, sorridenti come nascituri in ventri costretti dalla storia, dalla Historia delle loro piccole grandi storie, di ciascuno, degli sposi promessi fin dal primo vagito, rumori e suoni di prossimi futuri pieni di fatica, di paura, di riscatto. Corpi lucenti, stretti in spazi ristretti dalle cornici, dai confini, verticali di nere pareti d’ansia, d’angoscia, di sconfitta. Corpi allungati, dal basso verso l’alto, figure “similmente differenti” a quelle di Doménikos Theotokópoulos, Giacometti, Modigliani, semplici e sacre insieme. Come vetrate di grandi basiliche pulsano cromaticamente in ogni stanza, rocce vitree provenienti dai vulcani dell’Io.
Provette, ampolle verticali, habitat naturali per feti gia’ viventi, protagonisti ciascuno di monologhi fisiologici, fisici, scientifici, psichiatrici. Il margine intorno, in ombra, le emozioni, le reazioni, i sentimenti, le imitazioni, le memorie e i ricordi, le favole e le storie vere, finzioni e verità sbiadite dal tempo, rughe, solchi di vita, tatuaggi di nicotina esposti nell’epifania dei corpi. L’addio ai monti, l’addio di ognuno alla casa di sempre, al paesaggio dipinto sugli occhi, rifugi di spazi sicuri, confortanti, semplici e benigni.
Immagini impresse, l’addio e poi si apre la via alla vita rimasta, al tempo che scorre, al pensiero contorto, al quadro sfocato, allo spazio senza spazio mentale e razionale, senza ragione.
Questo matrimonio non s’ha da fare, ma si fara’, si compira’ la congiunzione misericordiosa tra la rinascita del semplice e la sua tremenda complessita’. I corpi si muovono, girano, galleggiano nel quadro d’immagine, lo spazio scuro di destra e di sinistra li preme al centro ma offre loro protezione all’aprirsi all’ignoto. Sta all’attore sensibilis che li ha generati, al di qua del virtuale, richiamarli alla vita, al tempo sospeso e limitato dell’esistere teatrale.

Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi
REQUIEM DI PASSIONE
Il 22 maggio 1873, a ottantotto anni, muore a Milano Alessandro Manzoni. Verdi non partecipa al funerale il 29 maggio ma nello stesso giorno scrive a Clara Maffei: “Ai funerali io non ero presente, ma pochi saranno stati in questa mattina più tristi e commossi di quello che era io, benché lontano. Ora tutto è finito! E con Lui finisce la più pura, la più santa, la più alta delle glorie nostre. Molti giornali ho letto. Nissuno ne parla come si dovrebbe. Molte parole ma non profondamente sentite. Non mancano però i morsi. Persino a Lui! … Oh la brutta razza che siamo!”  Pochi giorno dopo offre di “mettere in musica una Messa da morto”. Dedicato a Manzoni, è il requiem per tutti gli uomini che hanno creduto, sperato, lottato, il requiem per un ideale che la realtà sembra respingere o dimenticare. Una meditazione sulla morte in cui il tema tante volte affrontato nella finzione teatrale si fa universale.
Nel riposo della morte esce l’ultimo personaggio della tragedia: “l’Uomo verdiano, con la sua intransigente moralità, con le sue aspirazioni tradite, vinto e tuttavia superiore al mondo.”
Come un grande affresco degli ideali di tutta una vita, Verdi ripropone la sua incrollabile visione del mondo. La morte, come scrive il Mila era sempre stata presente nelle sue opere: «E’ una specie di ferro del mestiere drammatico, un ineluttabile evento naturale che, come necessario deus ex machina, viene a tagliare i nodi e a risolvere le intricate situazioni in cui tutti gli uomini si sono cacciati per effetto delle loro passioni.»

Creazione | Maria Federica Maestri, Francesco Pititto
Imagoturgia | Francesco Pititto
Regia | installazione | costumi |Maria Federica Maestri
Interpreti | Valentina Barbarini, Frank Berzieri, Monica Bianchi, Giovanni Carnevale,
Carlo Destro, Paolo Maccini, Andrea Orlandini, Roberto Riseri, Delfina Rivieri,
Vincenzo Salemi, Elena Sorbi, Carlotta Spaggiari, Barbara Voghera
Musica | Andrea Azzali
Direzione scientifica | Rocco Caccavari
Responsabile progetto riabilitativo | Paolo Pediri
Responsabile progetto formativo | Elena Sorbi
Luci | Gianluca Bergamini | Nicolò Fornasini
Assistente alla regia | Alice Scartapacchio
Osservatorio critico | Violetta Fulchiati
Produzione | Lenz Fondazione

Il progetto I Promessi Sposi è stato realizzato con il sostegno di:
Dipartimento Assistenziale Integrato di Salute Mentale – Dipendenze Patologiche AUSL di Parma

I manzoniani Promessi Sposi, secondo Lenz Rifrazioni
di Giuseppe Di Stefano, Ilsole24 ore.com, 28 novembre 2013

In questa rielaborazione operata da Lenz, di straordinaria ed emozionante sintesi, le vicende manzoniane sono tracce fisiche di anime che si muovono dentro un habitat di stanze con materassi sparsi che diventano giaciglio, lazzaretto, piedistallo. […] Nel panorama teatrale contemporaneo Lenz Rifrazioni, con la loro grammatica scenica-installativa, la rigorosa pratica artistica, l’esclusivo linguaggio estetico, il radicale senso espressivo, rappresentano una compagine unica, per la quale la parola “ricerca” continua ad essere motore della loro visione. Da Shakespeare a Goethe, da Ovidio a Kleist, ogni nuova elaborazione drammaturgica è un autentico viaggio dentro una visione del mondo. E dell’uomo. […] [I personaggi]] hanno la fisicità, fragile e potente allo stesso tempo, di un gruppo di attori “sensibili”. Sono ex lungodegenti psichici e persone con disabilità intellettiva […]. Recitano senza filtri, tra verità e rappresentazione, aderendo al loro vissuto e alle loro emotività, controllata da parole recitate, “dette”, che fungono da griglia, creando contemporaneamente una distanza e una immedesimazione con i personaggi della storia. Storia di umili, di ultimi, di esclusi, di semplici. Come lo sono loro. E a loro, soggetti creativi, appartengono, del testo, frammenti sparsi di un canovaccio di frasi e di parole nate da un vissuto personale, di stati d’animo o filtrato dalla memoria: dissertazioni rientranti sempre nella scrittura narrativa del romanzo ma che accadono hic et nunc. […] Nell’enorme stanzone che ci accoglie, la visione scenografica è folgorante. Una luminosa installazione a forma di edificio quadrato, sezionato da alti velari grigi che creano una serie di stanze interconnesse da ampie fessure negli angoli, schiuse sulle pareti e sul percorso da uno spazio all’altro. […] E di rimandi pittorici vive la scenografia attraverso proiezioni sui velari che sono finestre dentro le quali vivono corpi allungati che ricordano le sculture di Giacometti, le figure di Modigliani, o di El Greco. Ma tutta la messinscena vive di arte figurativa: un impianto che respira col magma sonoro drammatizzato da Andrea Azzali partendo dalla rielaborazione musicale del “Requiem” di Verdi. Tutti i concetti dell’opera manzoniana – oppressione, debolezza, viltà, sottomissione, giustizia e ingiustizia, sofferenza, espiazione, speranza – trovano, dentro questa texture, una forte enfasi.

Renzo e Lucia a teatro sfidano la malattia
di Fulvio Fulvi, L’Avvenire, 24 novembre 2013

Spiazza, scarnifica, emoziona lo “spettacolo totale” che ogni sera si rappresenta nella sala Majakovskij di Lenz Teatro. […] Protagonisti, dieci ex lungodegenti psichici, persone con disturbi mentali, attori ipersensibili che sanno strappare dalla propria anima turbamenti profondi e paure per prestarli ai personaggi manzoniani. I quali, così, tornano a vivere destando nuovi stupori. Anche la lingua del Gran Lombardo qui diventa molteplice e impura seguendo le forme della disperazione: urla strozzate, lamenti, dialettismi si mischiano con le note struggenti e potenti della Lacrimosa dalla Messa da Requiem di Verdi. Ma la parola non viene mai sopraffatta. […] Non esiste il palcoscenico nella grande sala dell’ex scatolificio di via Pasubio trasformato in un luogo teatrale di inevitabile contemporaneità: spettatori e attori si muovono sullo stesso piano inseguendo gli sguardi l’uno dell’altro in prospettive sempre diverse, separati solo da paratìe di tela trasparente che ripartiscono, come finestre di una basilica medievale, l’enorme spazio centrale in 6 stanze dove accadono, nella più disarmante originalità, le celebri vicende del romanzo. […] Ventiquattro situazioni drammaturgiche rafforzate da video- immagini dove i personaggi sono mostrati nella loro solitaria e cruda pazzia. […] Schizofrenici, autistici, psicotici, down: ognuno ha la sua storia di sofferenze, le sue voglie di tenerezza, le inibizioni, le ambiguità, e una rivolta interiore inespressa. Alterazioni della voce, cambiamenti di umore, silenzi improvvisi, corpi che vibrano o si rannicchiano come feti: tutto viene mostrato al pubblico, senza l’intento di provocarne la morbosità ma per avvicinarlo al Mistero che si rivela attraverso i limiti dell’umano.

Come sono sensibili Renzo e Lucia
di Alessandra Bernocco, EuropaQuotidiano.it, 23 novembre 2013

[…] ambientato in sei ‘gabbie’ comunicanti, simmetricamente disposte, dalle pareti di tulle che offuscano la vista e invitano al pudore. Ognuna restituisce un frammento di vita strappato al fluire dell’umana esperienza, un’istantanea, un incontro, un breve dialogo che timidamente si instaura tra personaggi che ben conosciamo, sorpresi nell loro friabilità. […] Ne I promessi sposi c’è tutto, la nostalgia, la speranza, il desiderio, il distacco, il coraggio e la pavidità, la coerenza e il rigore degli umili e l’arroganza dei forti, e prendere a prestito le avventure di questi piccoli eroi che un po’ ci assomigliano è un affondo nell’anima e nei meccanismi che regolano i nostri rapporti con gli altri.

I Promessi Sposi cyberpunk di Lenz Rifrazioni
di Andrea Alfieri, Krapp’s Last Post, 6 dicembre 2013

Una condensazione di luoghi metafisici in dissolvenza verso un richiamo al lazzaretto, o ai sotterranei dell’anima creativa. […] Renzo e Lucia non avrebbero potuto chiedere di meglio: vedere materializzata la loro travagliata vicenda spogliata dal romanticismo manzoniano e scrutata nei suoi più intimi tormenti, nelle sue angosce e nei suoi incubi, per ridare valore concreto al loro intricato vissuto. […] Ma la composizione drammaturgica non si esaurisce solo nei frammenti originali del romanzo, si immerge in un flusso di identità e dissertazioni di vita reale o anche solo immaginata, veicolando gli attori nei paesaggi delle vicende letterarie, per farli prendere possesso dell’essenza psicologica dei protagonisti del testo autentico, e ricostruirli in una fusione di percorsi comuni. […] Ci si ritrova quindi in un cosmo sensoriale parcellizzato da una ricerca musicale basata sul Requiem di Verdi, ri-assemblato all’interno della drammaturgia e intrecciato in un magma sonoro che dialoga con voci sparse e allucinate, che percorrono questi cunicoli installati nel cemento degli spazi ex industriali del teatro Lenz, dove si depositano i turbamenti e le paure che questi “magnifici umili” strappano dalla propria psiche per offrirli ai personaggi manzoniani.

La provvidenza nei Promessi Sposi di Lenz
di Alessandro Trentadue, Parma.blogautore.repubblica.it, 22 novembre 2013

È un’altra la provvidenza nei Promessi sposi di Lenz. Una provvidenza che nemmeno il Manzoni avrebbe concepito, minuscola ma rivoluzionaria. Che trasforma la nefandezza umana in un miracolo. […] In un lazzaretto audiovisivo, reticolato in cui tutti cedono alla più incontenibile curiosità umana. Alla tentazione di varcare la parete proibita. […] restituiscono il libero arbitrio al pubblico. Di riscoprirsi, contro ogni forza, figli dei reality show. Della meschinità e della libidine, dei delicati amplessi sussurrati incesti. Dei feticismi vigliacchi. Tra echi dostoevskiani mixati col Requiem di Verdi.
La provvidenza che eleva gli attori sensibili, le star di Hamlet, a un livello che un attore normodotato non potrà mai raggiungere. Gli ultimi che sovrastano i primi. Gli ultimi più ultimi della stessa carne di Manzoni.

I Promessi Sposi del Teatro Lenz: un folle requiem per Manzoni
di Diego Monfredini, Il Piacenza, 22 novembre 2013

Ciò che colpisce ogni volta è la capacità del teatro Lenz di restituire la monumentalità, la caratura epica di un testo, […] I promessi sposi vengono rieditati in una singolare messa in scena di “vasi comunicanti”, lo spazio scenico è infatti regolarmente parcellizzato in una serie di cubi, veri e propri habitat che si accendono e si spengono letteralmente per dar vita agli episodi. La visitazione dello spettatore è libera e deambulante, con ampia possibilità di scegliere il proprio punto di vista su ciascun momento del racconto, mentre tutti i dieci attori popolano simultaneamente le “stanze luminose”.
Melodramma e romanzo si amalgamano grazie alla partitura elettronica mixata da Andrea Azzali che rielabora in modo originale la verdiana Messa da Requiem. La suggestione è ancora una volta di sapore cinematografico perché la rilettura del dramma prevede l’onnipresenza in scena di installazioni audiovisive che completano, ed incrementano fino al parossismo la recitazione dei quadri.

Chiare stanze e luminose emozioni
di Valeria Ottolenghi, Gazzetta di Parma, 18 novembre 2013

[…] La storia di Renzo e Lucia e degli altri personaggi, in particolare da quegli attori “sensibili” che hanno subito divieti, si sono ammalati, che conoscono la vita separata, la solitudine. Le battute acquistano quindi nuove dimensioni, sfumature di sofferenza sincera […] E i costumi sono appena evocativi, come per un Marat-Sade […] ogni parete con immagini mobili, allungate, come in vetrate gotiche, con le musiche, le voci che scorrono ovunque avvolgendo insieme interpreti e spettatori, che si muovono liberi nel corridoio/perimetro intono ad un cubo dalle pareti tanto leggere: muta dunque il punto di vista del pubblico con azioni anche contemporanee, ma con un filo narrativo comunque dominante, che è proprio quello de ‘I Promessi Sposi’ manzoniani.

Manzoni ‘illuminato’ dagli attori sensibili
di Christian Donelli, ParmaToday, 17 novembre 2013

Un canto unico che sa di tragedia, nei personaggi e nella descrizione del quadro storico. La ricostruzione filologica del testo è fatta con precisione e gli innesti contemporanei rendono il quadro più tragico, rappresentativo e unico. Se l’Innominato appare in video, leggendo quella che sembra una litania filosofica e psicologica sull’animo umano, gli attori sensibili donano al discorso teatrale e narrativo in scena un senso di caducità e tragicità.
La fondazione della nuova lingua secondo Manzoni: il contatto tra l’italiano aulico degli attori e il linguaggio ‘naturale’ degli attori sensibili. Una rilettura che si contestualizza nel contemporaneo: se l’addio ai monti diventa un’addio alle scene e le immagini sono quelle della finestra della Sala Majakovskij da cui, fino a qualche anno fa, si poteva vedere il Duomo di Parma, allora il raccordo con lo spazio è evidente. I personaggi di quest’opera contemporanea dialogano in un testo unico, modulato dalla presenza dei primi piani in video, ricordo forse di un mondo terminato e artificiale, forse di alcune immagini televisive dello scorso decennio. “

Se I Promessi Sposi illuminano il presente
di Laura Bevione, Hystrio 1.2014

Manzoni nostro contemporaneo? Quanti studenti riderebbero a una simile ipotesi. Eppure se ci si addentra ne I Promessi Sposi abbandonando idiosincrasie e noiose nozioni scolastiche, si possono riconoscere insospettate illuminazioni e riflessioni sullo stato dell’umanità nel ventunesimo secolo. Un itinerario che Francesco Pititto e Federica Maestri hanno compiuto accompagnati, oltre che dagli storici performer di Lenz, da un nutrito gruppo di attori “sensibili”, ossia ex lungodegenti psichici e persone con disabilità intellettiva.
Una comunità eterogenea, dunque, ma compatta nell’interrogare un’opera e il suo autore, in una sorta di incalzante brainstorming collettivo che consente di riconoscere inediti ma lampanti parallelismi fra l’assalto ai forni di Milano e la discesa in piazza dei troppo cassaintegrati di oggi; l’addio ai luoghi natali e il minacciato sfratto da uno spazio teatrale vivo e pulsante; il candido amore fra Renzo e Lucia e il legittimo desiderio di tante coppie di vivere insieme. Mediazioni e suggestioni armoniosamente interpolate al teso del romanzo, a sua volta smontato e rimontato, con cura e ineccepibile fedeltà. Un lavoro drammaturgico in ventiquattro scene, agite all’interno di uno spazio articolato e suggestivo: sei “stanze luminose”, collegate l’una all’altra da tende semitrasparenti. […] Queste, occupate da nudi materassi, rimandano certo al lazzaretto ma ribadiscono anche, con discreta ma dirompente potenza, la prospettiva scelta da Manzoni e fatta propria dalla compagnia parmense: raccontare la storia con gli occhi degli ultimi. Un’azione che, quando è compiuta senza paternalismo bensì con sincera convinzione, può portare a uno spettacolo denso di emozioni e di pensieri come questo: una generosa rivolta contro tutte le ingiustizie che le musiche, ispirate al Requiem di Verdi – composto proprio per Manzoni – amplificano con struggente impeto etico.

Un cast di attori ‘sensibili’ porta a teatro i Promessi sposi
di Ambra Notari, Redattore Sociale.it, 11 maggio 2014

Gli attori sono ‘’sensibili’’, ex lungodegenti psichici e persone con disabilità collettiva. La compagnia è la Lenz Rifrazioni, che da più di 10 anni ha intrapreso un percorso di ricerca unico in Europa per intensità ed espressività. L’opera portata in scena, è ‘I Promessi Sposi’ di Alessandro Manzoni, pietra miliare della letteratura italiana. La musica – curata da Andrea Azzali – è realizzata sul ‘Requiem’ di Giuseppe Verdi. L’occasione è il Bicentenario Verdiano, che ha permesso di riportare al Lenz Teatro di Parma, dal 13 al 23 maggio – dopo il grande successo di pubblico e critica ottenuto lo scorso novembre alla 18a edizione di Natura Dèi Teatri – questa versione innovativa del romanzo storico manzoniano firmata Lenz Rifrazioni, una creazione di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto. Il romanzo della riscossa degli umili e degli esclusi dalla cittadinanza viene qui scomposto in 24 quadri performativi, riscritto attraverso visioni contemporanee e il linguaggio estremo e antiretorico di Maestri e Pititto. Tutti i concetti chiave dell’opera – oppressione, debolezza, viltà, sottomissione, giustizia e ingiustizia, sofferenza, espiazione, speranza – trovano, così, una forte enfasi. “L’universo che attraversiamo è estremamente complesso – spiega Maria Federica Maestri – Si parte dall’idea che gli attori-personaggi siano degli sconfitti, sconfitti per non avere accesso alla normalità; si arriva a un ribaltamento, un riscatto, un rovesciamento del destino che, nelle vesti della Provvidenza racconta una nuova forma di bellezza”.
In scena per questa nuova riscrittura drammatica sono gli attori ‘sensibili’ Frank Berzieri, Giovanni Carnevale, Carlo Destro, Paolo Maccini, Andrea Orlandini, Delfina Rivieri, Vincenzo Salemi, Carlotta Spaggiari, Barbara Voghera insieme con Valentina Barbarini, Monica Bianchi, Roberto Riseri ed Elena Sorbi. Le loro storie personali si intrecciano con i personaggi del romanzo: “Lavorare con attori ‘sensibili’ e attori non disabili è un grandissimo potenziale artistico, meravigliosamente duro, soprattutto quando si entra in contatto con ex lungodegenti, uomini e donne con passati estremamente duri e dolorosi”, continua Maestri. La più giovane è una ragazza autistica di 21 anni, la più anziana, con un’esperienza di lungodegenza alle spalle, ne ha 79. Lungo e complesso il lavoro che porta all’assegnazione dei personaggi, mai calati dall’alto ma assorbiti naturalmente nella loro pienezza.
A fondersi, sono anche i tratti manzoniani e quelli verdiani: il prodotto finale è un mosaico di identità perdute e ricostruite che ritrova percorsi comuni, identiche scoperte e uguali sofferenze. I personaggi si moltiplicano: ci sono 2 Lucia e 3 monache di Monza (bambina, donna, anziana), mentre un solo attore veste i panni dell’Innominato e del Cardinale Borromeo. “Abbiamo pensato fosse particolarmente interessante dal punto di vista scenico attraversare tutti questi mondi, quelli della monaca di Monza nelle tre fasi della vita e quelli di Lucia, da un lato oggetto del desiderio di Don Rodrigo, dall’altro soggetto della realtà quotidiana. L’attore che interpreta l’Innominato e il Cardinale Borromeo ha
portato in scena le sue esperienze di polarismo, facendosi confessato e confessore”.
Senza intervalli, lo spettatore può soffermarsi sull’azione principale, ma può anche cambiare focus, perché tutti gli attori abitano la scena contemporaneamente: le stanze sono tutte in trasparenza. “Forte è anche il richiamo alle costanti che attraversano i secoli, come il lavoro e il dualismo affamati-affamanti”, aggiunge Maestri, riassunto emblematicamente nella sequenza della rivolta del pane ripetuta da Renzo/Paolo Maccini mentre raccoglie da terra mucchi di abiti da lavoro. Il progetto è realizzato con il sostegno del Dipartimento assistenziale integrato di salute mentale – Dipendenze patologiche Ausl Parma.

I promessi sposi ‘sensibili’ di Lenz Rifrazioni
Il Teatro di Radio Tre ‘Teatri in prova’, Rai Radio Tre, 19 maggio 2014

La ballata degli umili: i promessi sposi di Lenz
di Massimo Marino, BOblog, Il Corriere della Sera, 23 maggio 2014

E quegli umili manzoniani nei Promessi Sposi secondo Lenz Rifrazioni diventano i reietti di oggi, i senza parole, quelli dall’incedere faticato, con i corpi segnati da qualche sindrome, con le teste sbattute dalla vita, dalla vecchiaia, da quell’abbandono che alcuni chiamano follia. Il romanzo che ha fondato la nostra italianità è trasformato in un labirinto di stanzini dove la lingua si fa faticata, dove i corpi certe volte esplodono, e così la furia, lo stupore; altre volte quei corpi offesi restano abbandonati su materassi, come sotto ponti di vite di macerie, ad ascoltare qualcuno che parla, una voce che urla, gambe braccia tronchi che strepitano poco più in là. Le pareti sono trasparenti, velate e retinate: sta allo spettatore, che può muoversi intorno al cubo scenico al centro di uno spoglio stanzone, scegliere cosa guardare, cosa ascoltare, se sfocare i corpi e le immagini avvicinandosi troppo al reticolo delle cortine o se vedere allontanandosi o sbirciando dagli angoli aperti; se seguire la trama o perdersi nei dettagli, nelle assenze, nelle visioni. Gli attori spesso passano da un ambiente allʼaltro, con la loro lingua faticata, che riduce il plot a qualche frase parlata, mentre in ogni ambiente lampeggiano e si fissano, come quadri, immagini. Esse evocano, allʼinizio e alla fine, in modo fantasmatico, quella periferia che circonda il capannone di Lenz, stuprata da una ristrutturazione (quella di Parma) megalomane e fallita, con tanti appartamenti o uffici vuoti, zone demolite, una nuova stazione, un poʼ più in là, sovradimensionata per un nodo ferroviario lasciato “di provincia”, senza alta velocità (se questo significa qualcosa). Ma subito, verticali o orizzontali, deformate o definite, campeggiano figure che richiamano personaggi manzoniani come filtrati in un carnevale grottesco, ripassate dal pennello stravolto di Francis Bacon, allungate dalla severa arte deformante di El Greco, Modigliani, Giacometti.
Lenz lavora, da anni, su progetti, intorno ad autori che sviscera, rovescia, smarrisce e fa risplendere. Con Manzoni siamo nel pieno di una ricerca sulla lingua dellʼItalia, tra memorie interrotte, stridenti, impossibili, e unʼattualità desertificata, dove pure ritrovare un senso della comunicazione. Manzoni viene dopo lʼEneide, e dopo i Promessi sposi arriverà Adelchi. La forza di questo spettacolo sta negli interpreti, che mescolano attori professionisti pronti a sperimentare ogni estremismo e quegli straordinari “attori sensibili” che Lenz ha formato e portato in scena in varie occasioni. Abbiamo ancora negli occhi lʼHamlet lento, itinerante, sconvolgente sonata di fantasmi visto alla Rocca dei Rossi di San Secondo nel 2010, e altri lavori con i lungodegenti di Colorno. Essi, ex ricoverati nellʼOspedale psichiatrico, attualmente in carico al Dipartimento assistenziale di salute mentale dipendenze patologiche dellʼAusl di Parma, più alcune donne con sindrome di down, ormai assurte stabilmente ad attrici della compagnia, come la formidabile Barbara Voghera, danno ai personaggi un alone indefinibile, che li fa stagliare subito dalle nostre memorie scolastiche verso una realtà materiale di oppressione, di tribolazione, di vita agra, di sofferenza profonda che ci sta vicina (e che non vediamo), con quel linguaggio quotidiano, pronto a scattare nellʼira, nellʼinsofferenza, nellʼincontinenza, nellʼinane ribellione. “Attori sensibili” li chiamano: come pochi altri capaci di dare echi interiori, minacciosi, paurosi, ma anche in cerca di una verità e di una solidarietà, di una possibilità umana diversa. Le scene si incrociano, in quegli stanzini lattei, sotto le note del Requiem di Verdi manipolate, polverizzate e rese pressoché irriconoscibili da Andrea Azzali_Monophon. La moralità delle figure di Verdi si specchia nei tragici personaggi di Manzoni, è uno degli assunti dello spettacolo. Tutto ha qualcosa di sacro e di molto popolare, semplice, come una storia raccontata, ma con furia, indignazione, furore e speranza, davanti a un fuoco nella notte.
La paura di don Abbondio, le urla violente e i tentativi di ribellione, il desiderio di don Rodrigo, la separazione, la creazione di quel mostro che è la monaca di Monza, con il volto coperto di garze a rappresentare ferite insanabili, e poi la rivolta e la fuga, il rapimento di Lucia, l’Innominato e il Cardinale, il voto, la peste, la morte, la provvidenza sgorgano come atti di una moderna sacra rappresentazione, esterrefatta, interpretata da testimoni coinvolti nei fatti, nelle sofferenze, che ancora non vogliono accettare la sconfitta.
Le rimostranze a volte sembrano quelle di bambini, come gli insulti, come gli scontri, nell’episodio in cui fra’ Cristoforo uccide un cavaliere che gli sbarra il passo con spada di legno, pronta a trasformarsi in croce di penitente. Il perdono, il lenimento del dolore dei corpi, il grido impotente, il desiderio represso spesso incarnato dai corpi serpentini delle attrici contro quelli abbandonati, statici, imponenti degli attori sensibili, creano un’atmosfera di rito, di sospensione, di magica indagine interiore.
La lingua risplende di semplicità luminosa. L’addio tra Renzo e Lucia genera un semplice: “Non lasciarmi. Ti voglio bene”. Don Abbondio è una figuretta accartocciata dalla paura, intabarrata come una monaca, sempre in instabile equilibrio su uno sgabello. Renzo, corpulento, come don Rodrigo, attraversa gli ambienti, mentre gli spettatori girano intorno a questa giostra di immagini opalescenti (come i ricordi, come qualcosa che abbiamo dentro, profonda), che si chiude con altre parole che danno splendore alla lingua banale, quotidiana, degli affetti: “Domani torniamo a casa. Io al mio lavoro, tu al tuo. E dopo? Si vedrà”. Ci pare nelle ultime immagini proiettate prima del buio di rivedere il cortile del capannone di Lenz, che è riuscito a sopravvivere alle minacce di abbattimento, ristrutturazione e sfratto, ma che ancora non è “al sicuro”. Lunga vita, allora, e mezzi, invochiamo dentro di noi per questo avamposto sempre vivo di una sperimentazione che non è vuoto esercizio, ma provocazione alle nostre intelligenze, alla nostra appartenenza culturale, ai nostri smarriti sentimenti. Che è concentrazione. Con la regia, l’installazione, i monacali o proletari costumi di Maria Federica Maestri, la drammaturgia e l’imagoturgia di Francesco Pititto, e lo scavo di entrambi del testo, che rifulge di “estremismo linguistico e antiretorico” (ben dicono le note di sala), sì da ridare voce e consistenza di lingua dei tempi a Manzoni.
In scena, da citare tutti, Valentina Barbarini, Frank Berzieri, Monica Bianchi, Giovanni Carnevale, Carlo Destro, Paolo Maccini, Andrea Orlandini, Roberto Riseri, Delfina Rivieri, Vincenzo Salemi, Elena Sorbi, Carlotta Spaggiari, Barbara Voghera. Luci (e soprattutto ombre, crepuscoli della visione) e fonica di Gianluca Bergamini e Nicolò Fornasini.

I Promessi Sposi
di Daniele Rizzo, Persinsala.it, 24 maggio 2014

Quella di Manzoni è un’opera che chiunque può dire di conoscere, almeno in linea di massima. Perché rispetto alle precise vicende narrate nel celebre testo che pose le basi per la moderna lingua italiana, questa popolarità è accompagnata da una proporzionale ignoranza dei rimandi interni e delle straordinarie interazioni tra personaggi e ambiente che caratterizzano descrizioni sceniche e psicologiche sui cui dettagli gli esperti potrebbero (pedantemente) disquisire senza fine.
Andando al di là della semplicistica interpretazione che legge I Promessi Sposi in termini di testimonianza del realizzarsi della volontà divina, siamo di fronte a un testo poderoso, ormai istituzionalizzato a imprescindibile lettura scolastica e che ha determinato un preciso modello storico e ideale, pedagogico e culturale. Finalizzato a garantire la sacralità dell’autorità, qualunque essa sia, attraverso la separazione di virtù personale e sociale, esso rappresenta l’esito di una operazione culturale trionfante perché in grado di avere conseguenze praticamente permanenti dal punto di vista materiale (il manzoniano utile per scopo). Conseguenze paradossali essendo contemporaneamente rivoluzionarie (per il ribaltamento della storia e il protagonismo degli umili) e reazionarie per la natura confessionale delle intenzioni originarie. Intenzioni che possiamo individuare in quel concetto di Provvidenza che sempre giustifica le sofferenze attuali affidando la felicità al futuro (quindi al continuamente domani) e che, nell’epoca della piena secolarizzazione, possiamo trovare materializzate in quella ineluttabile rassegnazione cui l’individuo postmoderno/industriale ha destinato i più deboli, isolandoli di fatto nella propria fragile soggettività, dal momento in cui ha scelto il merito (finto perché spesso ereditario rispetto all’estrazione sociale e culturale) sulla ricerca della (reale)
uguaglianza. Questa duplicità, affermazione allo stesso tempo di provvida sventura che sublima le sofferenze elevandole a status e di riscossa da parte di chi si trova realmente in fondo e immobile alla scala sociale, esiste con portentoso realismo in questo nuovo allestimento firmato da Lenz Rifrazioni, messo in scena da «ex lungodegenti psichici e persone con disabilità intellettiva». Posto alla simultaneità di elementi musicali, video e recitativi, e alla possibilità di orientare volontariamente la propria attenzione, il pubblico si trova di fronte a un audace tentativo di armonia. Quello che – in effetti – si realizza tra una scenografia coperta da veli sovrapposti che lasciano (intra)vedere diversamente e a differenti livelli di profondità, e la libera interpretazione di un testo originario (su cui comunque gli interpreti convergono) è un compiuto equilibrio. Un
bilanciamento estetico che attraversa ventiquattro quadri performativi nei quali la sostanza drammaturgica acquista una struttura formale capace di lasciar emergere dirompente la reale presenza esistenziale di ogni singolo attore. A dispetto della coerenza narrativa – sempre riconoscibile e riconducibile a precisi riferimenti testuali – si impone vigoroso il modo in cui la personalità drammatica di ogni interprete riesce a mantenersi intatta, lasciando venir fuori una emotività tinta di «incredibile credibilità contemporanea».
Tra esposizione (testuale) e realizzazione (scenica), tra registrazione (vocale e video) e interpretazione (fisica) si costruisce un contrappunto ritmato e cadenzato particolarmente sorprendente vista la fragilità psicologica degli attori in scena e la confusione attorno determinata da spettatori indipendenti nella scelta del posizionarsi rispetto a essi e gli uni dagli altri. Spettatori che, padroni della propria autonomia, per contrarietà si scoprono nella condizione esistenziale di dover assistere alla vita, accettandola senza possibilità di scelta, partecipanti impotenti e in perenne disagio di fronte al destino che li ha scelti (sani o meno senza averne meriti o colpe). Spettatori che, invitati a prendere posizione fisica rispetto al punto di vista da cui guardare lo svolgersi della rappresentazione, vengono in questo modo portati a provare l’esperienza di una prospettiva interpretativa personale di assoluta solitudine nella moltitudine, non riuscendo a spogliarsi della propria soggettività e a entrare in modo positivo nell’intersoggettività (la relazione con gli altri).
L’abisso è insuperabile perché non dipende dalla quantità di forza di cui l’individuo può disporre, ovvero dal livello di conoscenza, competenza e capacità rispetto a standard (paradigma da cui la pratica pedagogica e didattica contemporanea s-tentano ad affrancarsi). Finché egli rimane tale (individuo) resta incapace di eliminare l’incongruenza, l’errore in cui un mondo disincantato confina l’immaginazione e i sentimenti quando privi di controllo, razionalità e usabilità nel senso strumentale del termine.
Perché è in questo modo che l’organizzazione sociale e politica ha provveduto a etichettare come distruttive le pretese della singolarità, volgendo la realizzazione della persona al mondo oggettivo (esterno) e stornandone l’alterità in una contemplazione falsa perché sterile e la libertà in un concetto negativo perché non in-formativo.
In questo modo – e in questo senso i Promessi Sposi di Lenz sono esemplari – chiunque può guardare un diverso sentendosi a proprio agio, avendo di fronte a sé qualcuno in una condizione ben peggiore della propria e marginalizzandosi in una concezione di vita incapace di glorificarsi veramente attraverso l’accoglimento di tutto ciò che sembrerebbe contrario a essa (bassezza e povertà, derisione e disprezzo, sofferenza e morte, malattia e follia).
L’ambientazione all’interno di una fabbrica risulta illuminante. In essa, trova accoglienza l’idea di una società che si concepisce in termini di produzione e consumo, che pensa di aver superato la concezione di cittadino (già alienante/limitante rispetto a quella di essere vivente) in quella di consumatore, e che vede così disperdere i propri figli nell’illusione di aver creato l’eternità attraverso l’istituzione di una memoria universale e perenne in nuovi strumenti digitali.
In questo contesto apocalittico all’arte spetta un ruolo decisivo. A lei tocca riuscire a far ri-trarre la persona da sé, da quel sé che però ormai ne rappresenta la negazione degli istinti e dei valori più vicini alla vita, dandogli la possibilità di nuove forme di espressione libere e creative.
Una funzione che la coralità di questi Promessi Sposi, proposta nell’assoluta e più intima solitudine esistenziale degli umili dei giorni nostri, assolve con ineludibile efficacia.

 

 

 

 

 

 

 

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