ALTA SORVEGLIANZA

In se stesso l’intreccio di Haute Surveillance è molto esile: l’omicidio gratuito commesso in cella da un giovane carcerato desideroso di rendersi degno, emulandolo, del proprio idolo, un compagno di prigionia, e da quest’ultimo, abbandonato e ignorato. Dunque, un atto d’amore (criminale) frustrato. Se l’intreccio è esile, densissimi sono i personaggi ed i rapporti tra di loro. Personaggi caratterizzati da varie fasce, da vari livelli di personalità. Le fasce più profonde – il nucleo, il baricentro – sono così sfuggenti che a tratti si sarebbe quasi tentati di pensare che non esistano, se non si percepisse, sotto la superficie, una forza oscura che tutto pervade e che ha origini lontane. Forse il nucleo è “soltanto” la parte antica, animale del cervello. (Lettera a Roger Blin: “Insisto sulle attrici: devono trasformarsi in bestie. Bisogna aiutarle”).
Il capro espiatorio, l’animale sacrificale, l’agnello martire è tema conduttore della religio positiva incarnata da“Il principe costante” di Calderón de la Barca, ultima delle tre opere messe in scena da Lenz Rifrazioni nell’ambito della trilogia calderoniana.
Una sorta di identità drammaturgia rovesciata, che per un’ulteriore coincidenza, si manifesta nel luogo-carcere e che si conclude con la morte-martirio dell’innocente con i piedi incatenati.
Nella didascalia Genet sottolinea: “L’intero atto unico si svolgerà quasi in un’aura di sogno.” Un altro anello ad incatenare la lettura del testo genettiano all’universo onirico de “La vita è sogno”, a quella dimensione di margine in cui la sofferenza psichica si trasforma in violenza e crudeltà.
Se il nucleo è sfuggente, le fasce esterne rivelano grande instabilità, una enorme mobilità. I singoli atteggiamenti appaiono nient’altro che risposte agli stimoli esterni, quasi l’individuo si esaurisse in una funzione di specchio. Ma c’è quell’indefinibile forza oscura. Nella finzione, nella cerimonia (vissute come realtà o capaci di diventare realtà) tutto si mescola: tempi e luoghi diversi, accadimenti e desideri, visibile e invisibile, parola e oggetto designato dalla parola.

CORPO BAROCCO.
“Alta sorveglianza”. Da Calderón a Genet, drammaturgia e melancolía contromano.

“Toute l’action se déroulera comme dans un rêve.” Tutta l’azione si svolgerà come in un sogno – indicava Genet – dentro la cella di una fortezza. Non un solo Segismundo, o Cipriano o Don Fernando prigionieri ma tre, di età e storie differenti, capaci di ripetute metamorfosi nell’identità psicologica e nel ruolo; capaci di continui slittamenti miranti ad abolire il personaggio teatrale per diventare metafore e segni il più possibile lontani dal loro significato primario. I segni delle stelle, la ricerca di un dio, il martirio e l’ascesi delle figure calderoniane sono registri presenti in questa fabbrica di perdizione, di bestialità e di tragedia. “Provavo tutte le forme per non diventare un assassino. Ho provato ad essere un cane, un gatto, un cavallo, una tigre, un tavolo, una pietra! Ho provato, anch’io, ad essere una rosa!” dice Yeux-Verts, il personaggio principale della pièce. Ma è nel compimento dell’atto criminale, nell’attesa della punizione mortale che l’uomo può rappresentarsi come il Capo dei Capi, il Re dei Re o il Cristo di tutti i galeotti.

“Yeux-Verts prende ordini dall’Aldilà!” E ogni Parola diventa inghiottita, ruminata e vomitata per essere di nuovo mangiata, la carne diventa allora pane e il sangue vino per una drammaturgia sacra. “ – il più alto dramma moderno si è espresso nel corso di duemila anni e ogni giorno nel sacrificio della messa. Il punto iniziale scompare sotto la profusione degli ornamenti e dei simboli che ancora ci sconvolgono. Sotto le apparenze più familiari – una crosta di pane – si divora un dio” – così scriveva Genet così come, qualche tempo prima, aveva scritto Federico García Lorca: “Attraverso il teatro di Calderón … si arriva al grande dramma, al grande dramma che si rappresenta mille volte tutti i giorni, alla miglior tragedia teatrale che esiste al mondo: mi riferisco al Santo Sacrificio della messa.”

E, in “Alta sorveglianza”, non solo il corpo fisico diviene metamorfosi di una trasfigurazione estatica ed estetica ma anche la Parola stessa diventa carne e visione. “Le belle frasi, avrei dovuto impararle a memoria. Questo si impara. Ma io sono una bella frase: questo non si impara.” e, così come il corpo del protagonista diventa testo, la parola detta rende visibile l’invisibile nella forma del tatuaggio di viso di donna mostrato da Yeux-Verts – girato di schiena, in modo tale da non mostrarlo mai allo spettatore – al suo compagno di cella Maurice. Il sogno, la memoria, le immagini improvvise – “Pas le sang, les lilas.” – si insinuano tra le pieghe di un testo che diventa, strato dopo strato, involucro di erotismo, moralità, ferocia, ricerca di sacrificio e di bellezza nel suo essere elevato a retablo di una scena celestiale e terrificante.

aprile 2006
Francesco Pititto

ALTA SORVEGLIANZA

Da Haute Surveillance di Jean Genet

traduzione | drammaturgia | imagoturgia || Francesco Pititto
regia || Maria Federica Maestri
scene | costumi | Elementi Visivi || Maria Federica Maestri
musica || Andrea Azzali
interpreti || Valentina Barbarini, Salvatore Natale
interpreti movie ||Matteo Ramponi | Alessandro Sciarroni
disegno luci || Rocco Giansante
produzione || Lenz Rifrazioni
première || Festival Natura Dèi Teatri, Parma, 6 ottobre 2006
durata || 80′