ADELCHI

L’Adelchi è il lato oscuro dei Promessi Sposi: una tragedia-blind spot, un’area cieca, una zona di non visione a luminosità intermittente. In questa macchia scura, a tratti illuminata dalla presenza di Dio, si compie il comune destino luttuoso dei due fratelli – Ermengarda e Adelchi. Questi due piani si rispecchiano nel buio/luce interiore dell’interprete, Carlotta Spaggiari/Ermengarda, attrice con disturbi dello spettro autistico, e coincidono con la sua più intima natura: duplice nel suo assoluto desiderio di presenza e bisogno di ritiro, nella ipersensibilità emotiva dispiegata in silenzio espressivo, nella straordinaria densità artistica silenziata dalla fobia comunicativa. La sua duplicità assume nella creazione scenica forme misteriose; scardinando i processi logici e analogici, le prevedibilità comportamentali, ci avvicina al sublime: forza distruttrice e rigeneratrice dell’atto performativo.

 

Dopo macroallestimento de I Promessi Sposi, prosegue il progetto biennale dedicato all’opera di Alessandro Manzoni con una creazione ispirata all’Adelchi. Mettendo al centro della propria indagine scenico-drammatica gli autori fondativi della cultura italiana, Lenz si impone una riflessione profonda sulla potenza poetica e la retorica della lingua italiana. La messinscena della tragedia manzoniana (1822), è il motus per una riflessione sul genere tragico nel teatro contemporaneo.  Ermengarda è amore psicofisico, la ferita dell’abbandono è nel corpo e nello spirito, il dolore trasfigura e cementa l’eroina rendendola muta e dura alle richieste del vivere normale. Margrete dal Faust di Goethe, Antigone di Hölderlin, Pentesilea di Kleist, Rosaura di Calderón de la Barca, Ofelia di Shakespeare, Lucia e Gertrude di Manzoni, Didone di Ovidio e molte altre figure di donna si sono sovrapposte le une alle altre, nel tempo teatrale, fino a comporne una sola, grande monumentale come un’installazione di Christo – il grande artista statuitense – sotto la quale c’è solo il vuoto, la solitudine e la libertà come pura aria.’ Ermengarda diventa epifania d’incontro di molteplici storie vissute, d’amori infranti, sospesi, rimandati, dimenticati, imposti e liberati. L’Ermengarda manzoniana rappresenta il culmine esistenziale e teatrale della remissione che le deriva dal rifiuto cui la condanna Carlo Magno, rendendola vittima innocente di una sofferenza impotente e spersonalizzante. L’epilogo della tragedia è il suicidio come gesto di estrema sottrazione dal sé e dal dolore dell’esistenza. Ecco un’altra figura di donna che ama fino alla morte e nel delirio d’amore comunica direttamente al Cielo lo stupore mortale di fronte al proprio abbandono. Ermengarda non si arrende alla realtà della Storia, quella che i potenti maschi decidono, ma si concede totalmente al proprio sentimento, all’intima storia di amante che tutta la passione contiene, nel non detto, nel non dichiarato, nella casta costrizione dentro al proprio Io. E, come una Pentesilea delirante e lieve, lascia che Eros e Thánatos la conducano per mano oltre il margine della vita. Il coro, in soggettiva, non può che descrivere il suo ricongiungersi alla Natura intonando un requiem in progress davanti al suo corpo muto. Soltanto una sensibilità d’attrice altrettanto potente e lieve può esperire, senza finzione, un tale culmine di pathos e forza espressiva.’ Nell’Adelchi la Storia è contemplata attraverso il dramma interiore dei protagonisti, sublimato in una visione religiosa della vita. Adelchi ed Ermengarda sono spiriti ricchi di contrasti fra ideali e sentimenti (la pace e la gloria per il primo, l’amore ancora vivo per lo sposo per la seconda). Vivono per alti e nobili ideali, comprendono le angosce e sofferenze degli altri e trovano solo nella morte la piena realizzazione della loro complessa e travagliata personalità. Adelchi, prima di morire, dirà che sulla terra “non resta che far torto o patirlo”: si tratta del tipico pessimismo giansenistico, a cui si può opporre una concezione provvidenziale del dolore (la sofferenza è un dono di Dio poiché prova che non si è fatto il male).
L’ensemble dell’Adelchi è costituito da Carlotta Spaggiari, Monaca di Monza bambina ne I Promessi Sposi, Carlo Destro, già Fra’ Cristoforo, qui nel ruolo del giovane Adelchi, eroe morale e figura fondamentale nella poetica manzoniana e da Franck Berzieri, impegnato nella duplice interpretazione di Desiderio, padre di Adelchi e Carlo Magno, l’imperatore che ripudia Ermegarda. I tre attori, nucleo ristretto di una formazione molto più ampia, si sono formati nel laboratorio permanente rivolto a persone con sensibilità psichica che Lenz realizza dal 2000 in collaborazione con il Dipartimento Assistenziale integrato di Salute Mentale dell’Ausl di Parma. Nel lungo percorso laboratoriale che ha preceduto questo progetto performativo, si è sostanziata la ricerca pluriennale di un verbo pedagogico che permette alle persone affette da disturbi dello spettro autistico, di esprimere le proprie emozioni ‘silenziate’ attraverso le stimolazioni drammaturgico-sensoriali dell’esperienza teatrale. Questo processo rovescia la prospettiva da cui guardare l’autismo: gli apparenti limiti cognitivi e comportamentali delle persone autistiche non sono considerati sintomi di un deficit patologico, ma codici da elaborare e tradurre in linguaggio estetico contemporaneo, attraverso l’agone – fisico e vocale – con i classici.

da Alessandro Manzoni
Drammaturgia | imagoturgia | scene filmiche | Francesco Pititto
Installazione | elementi plastici | regia | Maria Federica Maestri
Musica | Andrea Azzali
Interpreti | Carlotta Spaggiari | Carlo Destro | Franck Berzieri
Responsabile progetto riabilitativo | Paolo Pediri
Luci e tecnica | Alice Scartapacchio
Produzione | Lenz Fondazione

– Adelchi, Ermengarda, gli umili, i fantasmi, gli attori sensibili di Lenz Rifrazioni
di Massimo Marino, Corriere della Sera.it_BoBlog_Una città che parla_11 dicembre 2014
Si intitola  Adelchi ma la protagonista è lei, l’umiliata, l’offesa, la sacrificata, Ermengarda. Si muove in un mondo di ombre, ombra lei stessa, in una opalescente lattiginosa scena velata da teli trasparenti, nell’ultimo lavoro di Lenz Rifrazioni a Parma. Avviene nel bel festival Natura Dèi Teatri, che ha provato a dare voce all’opera che Giuseppe Verdi molto pensò e mai scrisse, il Re Lear, e ha presentato quel capolavoro che è Singspiele di Maguy Marin. Adelchi arriva in scena dopo I Promessi Sposi (realizzati l’anno scorso), in un dittico degli “umili” affidati a quegli “attori sensibili” con i quali Lenz da tempo ha scelto di condividere il proprio percorso artistico, ex degenti cronici del manicomio di Colorno, down, autistici e altre persone lancinate da una sofferenza, da un presunto deficit di comunicazione “normale”, che ne acuisce altre sensibilità, altri echi, altre presenze. Come nei Promessi Sposi, più che in quell’allestimento che invitava il pubblico a muoversi tra vari stanzini velati, qui siamo di fronte a fantasmi, in una scena dai toni smorzati, come i suoni che già dall’inizio ci circondano, una sinfonia di decolli di aerei, di guaire di cani, di folla di città o di stadio. Veli bianchi segnano quattro ambienti, questa volta frontali al pubblico. Davanti ci sta una sedia con una racchetta da tennis; dietro una poltrona con un uomo che indosserà i panni (metaforici) dei potenti, Desiderio, il padre re longobardo di Adelchi e Ermengarda, e Carlo Magno, il marito che ripudia Ermengarda, il nemico che sconfigge Adelchi. In fondo un letto coperto da una plastica che, nel momento forse più emozionante, diventerà involucro di package per ricoprire il corpo sofferente della protagonista, come nelle opere dello scultore Christo, che avvolge palazzi e monumenti. E c’è poi un corridoio laterale che permette a questi ectoplasmi di avvicinarsi, di manifestarsi. Ermengarda è affidata alla presenza mite, intensa, ricettiva di Carlotta Spaggiari, “attrice con sindrome dello spettro autistico”, ci informano le note di sala. Perfetta interprete secondo la regista Maria Federica Maestri dei due piani luce/buio di questa tragedia: “duplice nel suo assoluto desiderio di presenza e bisogno di ritiro, nella ipersensibilità emotiva dispiegata in silenzio espressivo, nella straordinaria densità artistica silenziata dalla fobia comunicativa”. È un vaso che riceve, che accumula, che incamera, che soffre questa Ermengarda, che si presenta dicendo (con voce microfonata, come tutti), ombra che spunta dall’ombra: “Sento nelle orecchie, ascolto, ricevo, sento… voce che riconosco… io la conosco… non parlo ma dico … dalla mia bocca esce il vento, sospiri, arie…”. È una figura che si umilia di fronte all’uomo in poltrona-padremarito (Franck Berzieri), a quattro zampe come un cane, offrendosi poi quasi nuda allo sposo, dal quale viene scacciata. E cerca conforto nel fratello (Carlo Destro), anche lui destinato a soccombere. Con lui gioca una silente partita di tennis senza palla fatta di evoluzioni, di abbracci, di affetto: e la palla inesistente a un certo punto si perde, svanisce, sogno e rimpianto di tempi felici. Come in Manzoni il male si fa o si subisce: e questi eroi senza gloria lo patiscono, diventando figure di martirio, cercando rifugio, forse ormai impossibile, sotto le ali del Dio che consola, qui silente. Lui inane. Lei respira sotto la plastica in fondo, ombra d’ansia. Lei si avvolge in abiti monacali e, tra il rantolo e il pianto di una lunga agonia, scandisce parole di dolore, con le orecchie tappate da cuffie, parole di tragedia come furia… irto… volto… pallida…  dolore… pietà… bianco giaciglio… a terra… inaridita…offesa… in lunga litania di disarticolata sintassi, di monumentale ferita, a creare attraverso il suono e la reiterazione, una critica del significato, del mondo che infligge il dolore. I personaggi, galleggianti nella nebbia, dopo i fallimenti di Adelchi, dopo vani tentativi di duettare, si imbozzolano ognuno nel suo spazio, nei tre piani separati, in un lungo crepuscolare di questi vinti della vita: chi ha il potere (i padri), chi non ce l’ha (i figli); chi muore e chi è contento i torti di subirli, per non farli. Teatro paziente, di patimenti. Le suggestioni di questo spettacolo sono estratte dall’opera letteraria di Alessandro Manzoni e lasciate navigare in libertà, tra filmati proiettati in inquadrature tonde di una campagna cangiante, autunnale, primaverile, alberi, rami secchi, poi fiori, e cani, nel continuum del pulsare di una natura indifferente. Tale procedimento lascia a volte smarrire lo spettatore, anche perché questa tragedia non è nota, nei suoi snodi, come I promessi sposi, non è un “mito” così condiviso. Bisogna abbandonarsi alle immagini, alle parole smozzicate, lasciarsi andare a galleggiare in un mondo echeggiato, profondamente, dentro di sé. Eppure rimane ancora un’insoddisfazione, che forse pertiene al genere. Manzoni dopo Adelchi abbandonò la tragedia, forse perché con le sue rigidità espressive, il suo alveo preciso di tono e forma, non consentiva di mostrare l’infinita mobilità della realtà. Anche qui la sensazione è che il dolore nella sua reiterazione teatrale diventi, alla fine, insostenibile, già previsto, ridondante, in qualche modo retorico. L’intento di Lenz è scavare proprio anche sotto questa retorica (ci sembra). E però qui l’arbitrarietà felice, demiurgica, dei loro lavori migliori dà qualche volta saturazione prima che produttiva, sconvolgente vertigine. Lasciando ammirati, comunque, per l’opera di osservazione delle persone attori che mette in scena, in un meritorio lavoro di laboratorio di lunga durata svolto in collaborazione con la Ausl di Parma – Dipartimento assistenziale integrato di salute mentale. Maria Federica Maestri oltre alla regia firma costumi e installazione; Francesco Pititto l’accompagna nella concezione curando drammaturgia e “imagoturgia”, costruzione del mondo immaginale. La musica è di Andrea Azzali.

– Adelchi, Lenz Rifrazioni ci butta in una fiaba terribile dei fratelli Grimm
di Tommaso Chimenti, Il Fatto Quotidiano_18 dicembre 2014
Nei lavori dei Lenz Rifrazioni è più il taciuto, il non detto, il talmente elaborato e asciugato che si arriva ad un’essenza, ad una sublimazione prima della parola e poi del gesto. Leggere tra le righe, scardinare frammenti, spaziare all’interno delle righe proiettate dentro le fascinazioni, uditive e visive e sonore, contro quel buio, pericoloso come un vortice, che ammanta ed attrae a cuneo, risucchia come ago nel pagliaio. Anche quest’ultimo “Adelchi”, che arriva dopo “I promessi sposi” dello scorso anno (siamo all’interno della loro rassegna “Natura Dèi Teatri”, alla diciannovesima edizione) soffre e gode delle stesse peculiarità. Come se non ci fosse Storia, o come se la storia riuscisse a passare attraverso altri canali diversi da quelli classici del rapporto tra platea e scena. Entra attraverso i pori il disturbo, il disagio ma anche l’eleganza e la raffinatezza di un percorso certamente artistico, pienamente sociale, densamente laboratoriale, governato da esigenze sia attoriali ma allo stesso tempo di recupero di alcune patologie psichiche. Che recupero poi è parola errata in questo contesto: si vuole solamente (gigantesco pensiero ed infinito, costante adoperarsi) mettere in condizione alcune persone di esprimersi, attraverso l’universalità del teatro, dei ruoli, nello sdoppiamento del personaggio, tirare fuori quello che, con gli altri, all’esterno, nella quotidianità, è bloccato, disinnescato, fermo immobile, compresso, silenziato. Il teatro può fare. Tutti gli attori sono portatori di varie sensibilità psichiche, di vari disturbi. Sembra di essere finiti nel buco di Alice, dentro una fiaba terribile dei Fratelli Grimm. Non è tanto il nero che circonda ma questa patina solida e appiccicosa di penombra costante che affatica cuore e retine. C’è uno sforzo, voluto, condiviso, accelerato, nel cercare di mettere a fuoco figure che danzano dietro filtri come tende e separè grigi svolazzanti al passaggio, alla foga della corsa intorno ai paraventi come squali senza preda, di riuscire a concentrarsi su un’oggettistica scarna e scarsa, tentare di vedere quello che non c’è, l’invisibile al timpano ed inudibile alla pupilla. Andare a fondo, scavare. Le opere di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto, sono inquietanti, diaboliche, efferate nella loro ferocia espositiva, ora criptiche ed enigmatiche adesso pulite e semplici visioni spampanate come fiori dall’odore acre di fine. Attorno al “campo di battaglia” composto da tre differenti “appartamenti”, scene in contemporanea, quadri o blocchi a vista, frazionati da teli trasparenti, filtri che da una parte rendono una prospettiva che disorienta e sbanda, dall’altra, per accumulo, la sbiadisce come telefono senza fili, la sovrappone cambiandone connotati come bolo biascicato, nebuloso, controverso, opaco come birra al frumento. L’agone-agorà a pianta centrale (c’è un qualcosa di messa e rito da catacombe in tutto questo) è recintato da teli bianchi dal quale spuntano e puntano mani e nasi e volti ciechi che premendo dall’esterno formano immagini luciferine che vorrebbero sfondare la parete, intrufolandosi con violenza dentro l’oggetto con forza dantesca infernale. Due figure mobili creano corse dadaiste e velocità futurista, mentre una siede in posizione dominante regnante su una poltrona-scranno-trono. Uno scoglio e due gioiose quanto tragiche murene segnate da un destino ineluttabile. La tragedia, scritta quasi duecento anni fa, qui si riduce e per sottrazione arriva a quattro personaggi per tre attori: Ermengarda (intensa Carlotta Spaggiari) ripudiata come sposa da Carlo Magno, e Adelchi (buona spalla è Carlo Destro) figlio dell’ultimo Re longobardo, i due fratelli manzoniani, complici accomunati da una sorte segnata lastricata di dolore, pene, sofferenze. Al centro la figura monumentale (incisivo è Franck Berzieri, Carlo Magno e Desiderio) in pigiama celeste d’ordinanza e degenza, con toni di disprezzo e affetto, cupidigia e lussuria, urla e carezze. I cani abbaiano in lontananza, il loro latrato è sterile e pungente, implorante come quello del Melampo pinocchesco. I Lenz mettono in campo un’altra performance, un’installazione umana di gesti reiterati, di battute in loop, mentre nei video alle spalle lacerano foglie rosse secche autunnali come bulldog in cerca dell’odore giusto da seguire. In questo misto di godimento e vergogna, di perdono e sconfitta, la speranza non ha solidarietà né motivo di cittadinanza; tutto è sporcato e dannato in questa Valle di lacrime, un parto che miscela il piacere dannunziano con il dolore foscoliano fino all’intima sofferenza leopardiana.

– Adelchi- Natura Dèi Teatri 2014. La Speranza e l’Utopia
di Daniele Rizzo, Persinsala_11 gennaio 2015
Prima nazionale del nuovo allestimento – firmato Lenz Rifrazioni – tratto dalla produzione del padre putativo della lingua italiana: l’Adelchi di Manzoni nella rilettura di Francesco Pititto e Maria Federica Maestri va in scena all’interno del festival Natura Dèi Teatri. Dopo l’imponente I Promessi Sposi, l’interesse di Lenz sul linguaggio come strumento di cultura e potere torna a confrontarsi con Alessandro Manzoni. A essere presa in prestito, nel caso specifico, è la celebre tragedia dell’Adelchi: l’ultimo principe dei Longobardi, morto chiedendo clemenza per il padre a quel Carlo Magno cui lo stesso Desiderio aveva mosso guerra per vendicare l’onore offeso della figlia Ermengarda. Una creatura letteraria e morale incompiuta se vista nell’ottica dell’ipotetica perfezione raggiunta dall’Autore nel suo testo maggiore (I Promessi Sposi), perché – privata della presenza chiave (anche dal punto di vista narrativo) della divina provvidenza – nell’Adelchi prevale un invasivo pessimismo giansenista che allontana ogni concreta possibilità di conciliazione spirituale e di sintesi tra sofferenza e giustizia. Una posizione teologica caratterizzata dalla sostanziale negazione del libero arbitrio e dall’idea della salvezza solo per grazia di Dio, a tal punto ingombrante da costringere il nostro Autore a dar forma a un essere umano tanto inevitabilmente volto alla sconfitta («ad innocente opra non v’è: non resta che far torto, o patirlo»), quanto quello dei Promessi Sposi lo sarà al successo (secondo la riformulazione religiosa manzoniana dei relativi concetti). Dunque un’opera profondamente legata all’ineluttabilità della sofferenza e all’idea che il termine dell’esistenza non possa mai essere lieto. La violenza del dominio e il dolore arrecato anche agli innocenti (come Ermengarda, sposata e ripudiata per finalità politiche dall’amato Carlo); la possibilità di un senso della vita cui si giunge solamente – e paradossalmente – con e nella morte; il corpo e l’anima delle donne mortificato e piegato alle esigenze del potere (maschile); l’individualità della coscienza che soccombe di fronte allo Spirito Assoluto della Ragion di Stato; la parcellizzazione delle esistenze e la frammentazione della comunicazione sono elementi dirompenti per l’opaca evidenza e la trasparente emotività con cui sono presentati al pubblico da Francesco Pititto e Maria Federica Maestri. Nella restituzione drammaturgica vedremo, infatti, giochi impossibili tra fratello e sorella, voci spezzate tra madre e figlia, relazioni metaforiche tra padre e figlia, proiezioni trasfiguranti poste tra palco e platea. Tecnicismi semplici solo in apparenza, ma estremamente complessi da incastrare nella gestione dei tempi e delle dinamiche sceniche, soprattutto pensando alle sensibilità degli attori in scena, capaci di abitare una scenografia – di tre spazi lineari e paralleli, divisi da un velo trasparente – tanto essenziale quanto simbolicamente densa nell’imprimere una complessiva percezione visiva di separazione e lacerazione. Un’analisi estetica accurata dal punto di vista concettuale e glaciale da quello emotivo, che non può prescindere da quello che è uno dei tanti dettagli, l’ennesimo, che rende unico il progetto artistico ed esistenziale di Lenz Rifrazioni: la capacità di far convergere intuzioni e soluzioni drammaturgiche di assoluto valore, come i potenti echi shakesperiani nella costruzione della figura di Ermengarda e l’omogenea coerenza dell’ensemble, con l’apertura delle stesse oltre ogni delimitante definizione in angusti confini artistici o terapeutici. Non è teatro, ma neanche riabilitazione il senso di questa rappresentazione; non è interpretazione, tanto meno espressione quella degli attori; non è finzione o realtà ciò cui il pubblico assiste. Ciò che si ammira – attraverso la clamorosa qualità di Carlotta Spaggiari, Carlo Destro e Franck Berzieri – è la straordinaria sinergia nell’interminabile orizzonte della vita di una umanità che cerca se stessa e che, dopo aver esplorato le strade messe a disposizione dalla norma (che li vorrebbe in un altrove in fondo agli occhi), ha potuto scegliere l’arte per prendere e mutare forma. Una manifestazione che, senza scimmiottare ipotetiche normalità o enfatizzare una condizione aliena, semplicemente offre se stessa, demolendo ancora una volta «l’idea che un diversamente abile possa/debba approcciarsi al teatro solamente rendendo invisibile l’autenticità della propria condizione (ovvero trovando per la propria alterità una collocazione credibile rispetto alla decisione insindacabile di chi si fa metro di normalità)», come già ricordato a proposito del fantastico lavoro di Satyamo Hernandez (Le voci della metamorfosi). È teatro ed è riabilitazione; è interpretazione ed è espressione; è consapevole finzione ed è realtà immediata. È esposizione esponenziale al rischio, potente manifestazione delle mancanze umane e del corrispondente anelito che le determina in positivo e non come errore. È l’esempio più sublime di quello che la cultura potrebbe essere ma non è in un modo regolamentato da codici (scritti e orali) improntati sui canoni di un aggressivo individualismo (mors tua, vita mea). Dunque, è costruzione di un linguaggio (che ha in Manzoni il più importante esponente nella letteratura italiana) quale modello di potere non disciplinante e coercitivo, ma anarchico e creativo, il cui tentativo rappresenta l’intima essenza di Lenz Rifrazioni (che da oltre un decennio collabora con con Ausl di Parma – Dipartimento Assistenziale integrato di Salute Mentale, organizzando laboratori permanenti rivolti a persone con sensibilità speciali e portandone in scena esiti di assoluto valore artistico). Un’utopia, probabilmente, capace di ricordarci che «l’importante è imparare a sperare» (Ernst Bloch), che l’arte riesca finalmente a «introdurre caos nell’ordine», liberandoci dalla (sua) «menzogna di essere verità» (Theodor Adorno). Un’utopia non ideologica e totalizzante, perché non legata al pensiero dominante, ma esperienza pratica e rivoluzionaria di reale superamento dell’alienazione/solitudine dell’essere umano attraverso un autentico esercizio di amore per la vita nella sua vastità. Chapeau.

– È un Adelchi “vero” quello dei Lenz
di Laura Bevione, Hystrio_gennaio 2015

Secondo capitolo di un progetto biennale dedicato alla riscoperta di Manzoni, ripulito della stessa coltre di polvere depositata sull’autore dalla vulgata scolastica, il nuovo spettacolo di Lenz Rifrazioni esplora Adelchi, tragedia letta attraverso l’anima e lo sguardo di tre attori, affetti da disturbo dello spettro autistico, che la compagnia definisce “sensibili”. Sul palcoscenico, che tre teli/diaframmi quasi trasparenti suddividono in altrettanti luoghi deputati, agisono i quattro personaggi attorno ai quali, secondo Maestri e Pititto, è costruita la tragedia: Frank Berzieri – accomodati su una poltrona-trono – è Desiderio e anche Carlo Magno; Carlo Destro è il giovane e spaesato Adelchi; mentre Carlotta Spaggiari è la pura e disperata Ermengarda. Ed è quest’ultima la vera protagonista dello spettacolo: Pititto e Maestri hanno rintracciato nella giovane attrice una inusitata capacità di adesione totale al triste destino della figlia del re longobardo Desiderio, costretta dalla ragion di stato a sposare Carlo Magno il quale, in seguito allo scontro tra Franchi e Longobardi, la ripudia senza pietà. Carlotta non interpreta Ermengarda ma è Ermengarda, nel suo timore reverenziale nei confronti del padre, nel suo amore appassionato verso il marito, nella disperazione che la conduce alla morte per crepacuore. Una verità di sentimenti e pensieri che dona preziosa autenticità a un palcoscenico sul quale la polverosa tragedia manzoniana si rianima e si riempie di nuovi significati. Sono immagini e invenzioni apparentemente semplici eppure assai dense: Adelchi ed Ermengarda che, come cani ubbidienti, strisciano ai piedi del padre Desiderio, incapaci dell’aggressività dei due mastini che compaiono nelle suggestive immagini proiettate sui teli; i due fratelli che mimano una partita di tennis, fingendo la sfida impossibile con il proprio destino, la propria “improvida sventura”. La precisione e la raffinatezza dell’impianto scenografico e visuale sono efficacy correlativi oggettivi di movimenti dell’anima che la sensibilità accentuata dei tre concentratissimi interpreti sa tradurre in una performance di rara e lancinante verità.

– Natura Dèi Teatri. Le contaminazioni di Lenz Rifrazioni da Verdi a Manzoni
di Andrea Alfieri, Krapp’s Last Post_13 gennaio 2015
Un festival che accade per costruire, ricercare e ricostruire di nuovo. È lo spirito che accompagna Lenz Rifrazioni nella diciannovesima edizione di Natura Dèi Teatri, andata in scena negli spazi post industriali del Teatro Lenz di Parma a dicembre, e terzo capitolo di una trilogia concettuale dedicata alle opere di Gilles Deleuze. Espressamente dedicato alla cultura performativa contemporanea, e contraddistinto da una radicata attenzione all’interdisciplinarietà, Natura Dèi Teatri ha aggregato per dieci giorni multiformi visioni e identità, in una caleidoscopica e internazionale proposta di riflessioni sui mutevoli linguaggi delle arti visuali. Proposte radicali, estreme a volte, stratificate nello spaesamento, prospettive inquiete e concettualità acrobate, e pur sempre rigorosamente poetiche, proiettate verso un’incauta curiosità e solida intelligenza. I Due Piani come titolo della rassegna, e come strumento per sondare una duplicità creativa che mette in opera due livelli di incontro/scontro, memoria e tempo presente come generatori di potenziali differenti tra l’evidente e l’inespresso. Il festival è stato l’occasione per il debutto di due nuovi lavori di Lenz Rifrazioni, “Verdi Re Lear_L’opera che non c’è” e “Adelchi”. “Re Lear” è il primo studio di un’opera che vedrà la sua forma definitiva nell’ambito del Verdi Festival del 2015. Concepito in collaborazione con il musicista elettronico Robin Rimbaud e il Conservatorio di Musica di Parma, è una ricerca drammaturgica, musicale e visuale su un opera incompiuta di Verdi, mai musicata seppur esista il libretto scritto da Antonio Somma. “Adelchi” è invece il secondo lavoro legato al progetto biennale dedicato ad Alessandro Manzoni, iniziato la scorsa stagione con “I Promessi Sposi”. I due spettacoli sono impreziositi dalla presenza scenica di attori con sensibilità psichica, formati dai laboratori permanenti che Lenz conduce in collaborazione con il Dipartimento Assistenziale integrato di Salute Mentale, collaborazione pluriennale e cifra stilistica caratterizzante di molti lavori del teatro diretto da Maria Federica Maestri e Francesco Pititto. Ed entrambi sono innestati in un ambiente scenico frazionato da teli quasi impalpabili che ospitano l’apparire di suggestioni virtuali, dove gli spazi suddividono i simulacri espressivi degli attori, in un percorso spettrale che disseppellisce gli echi e i frammenti più profondi della materie misteriche che convergono nelle opere dei capisaldi della musica e della letteratura italica. Ma mentre in “Re Lear” la rilettura naviga verso la ricerca e la sperimentazione di una reinvenzione della taciuta aspirazione creativa verdiana, disseminando nella narrazione anche testimonianze concrete eseguite da cantanti lirici, in “Adelchi” l’esperienza si fa più introspettiva, più intimamente incomunicabile. E la tragedia manzoniana diventa sintomo di una duplicità quasi mitologica, l’urgenza di un ritiro ascetico che possa dissolvere il dramma da una parte, e la necessità umana di affermare e dispiegare la propria presenza fisica ed estetica. […]

– Rileggendo Manzoni, un “Adelchi” carico di sensi e significati
di Valeria Ottolenghi, Gazzetta di Parma_9 dicembre 2014
Lenz Rifrazioni sin dalle origini ha creato veri percorsi di ricerca, progetti pluriennali per autori, per stimuli, per stimuli culturali. E dopo “I Promessi Sposi” prosegue l’approfondimento dedicato a Manzoni con “Adelchi” – e all’interno del Festival Natura Dèi Teatri, al terzo anno di “Ragioni sufficienti”, dale sollecitazioni intellettuali di Gilles Deluze, ora – dopo “Ovulo” e “Glorioso” – “I Due Piani”. Questa preziosa, raffinata formazione di Parma sottolinea il valore performativo delle creazioni, che però non hanno mai un carattere occasionale, transitorio, effimero. Una speciale ricchezza d’elaborazione dunque e spesso coinvolgendo “attori sensibili”, molti dei quali già protagonisti in altri spettacoli. Così anche in “Adelchi”, drammaturgia, imagoturgia, e scene filmiche di Francesco Pititto, installazione, elementi plastici e regia di Maria Federica Maestri, musica di Andrea Azzali, interpreti Carlotta Spaggiari, Carlo Destro, Frank Berzieri, luci di Alice Scartapacchio. Debuttato a Lenz Teatro domenica sera, “Adelchi” vive tra più strati di candidi veli, schermi chiari che creano trasparenze e su cui si vanno svelando limpide immagini su diversi piani, incontri di vicinanza, un cane tra il verde, foglie e rami di tiglio mossi dal vento. L’aspetto formale possiede sempre una speciale eleganza, tra temi intensi, forti – e una lettura particolarmente densa. All’ingresso del pubblico si sente un diffuso abbiare – e Adelchi e la sorella Ermengarda mangeranno chinati su una ciotola ai piedi del padre, re Desiderio, lo stesso interprete per Carlo Magno. I ricordi di Ermengarda hanno la forma concreta di elementi di una casa in miniatura, che diveranno quindi “sogni, le mie promesse pure”, raccolti dal fratello. Una partita a tennis, con una sola racchetta e senza palla: gesti per ritrovarsi, lei scacciata dall’uomo comunque amato, e Adelchi. Quiete tenerezze. “Non voglio più lottare la mia ora finale”, ma sarà lunga l’agonia, tra parole sparse, sul fondo, respirando anche sotto un lievissimo telo di plastica. “Perdono”: questo il suono che vorrebbe arrivasse allo sposo, mentre il dolore la uccide, una certezza, le avvelena i sensi. Nella visione/incubo dell’altra donna è sempre lei ad avvicinarsi a re Carlo, nella stessa posizione di potere del padre, re Desiderio. Sensazioni tenute segrete del godimento, della voluttà. Adelchi vuole farsi carico del suo dolore. E il padre piange, piange per la guerra vicina… Lunghi applausi per questo spettacolo distanziato, rituale, e magicamente carico di sensi e di significati.

– 7 dicembre con Lenz Rifrazioni – Diario di una giornata a Natura Dèi Teatri
di Agata Tomsic-ErosAntEros, Gagarin Orbite Culturali_14 dicembre 2014[…] Il desiderio è ciò che muove l’artista nella creazione, è ciò che per scelta fa attrarre per analogia, ci suggeriscono gli autori durante l’incontro. Esso si rivelerà non soltanto comune denominatore di questa serata, ma motus esplicito di tutto il festival, a cui Maestri e Pititto fanno riferimento citando Gilles Deleuze sin dalle prime parole di presentazione di quest’edizione: “Perché accada qualsiasi evento c’è bisogno di una differenza di potenziale e ci vogliono due livelli, bisogna essere in due, allora accade qualcosa. […] Un desiderio è costruire. Tutti passiamo il nostro tempo a costruire. Per me quando qualcuno dice ‘desidero la tal cosa’ significa che sta costruendo un concatenamento. Il desiderio non è nient’altro”. Desiderio è anche il nome del padre di Ermengarda, figura femminile al centro della riscrittura dell’Adelchi manzoniano proposta da Lenz. La presenza di lei intesse sulla scena una nuova tragedia, più famigliare che politica questa volta, dove i rapporti della giovane ragazza con il padre amante/tiranno e il fratello/compagno di giochi si fanno ambigui e incestuosi, attraverso rispecchiamenti e allusioni, a cui si prestano i doppi ruoli degli attori maschili: Desiderio/Charles per Frank Berzieri e Adelchi/rivale femminile di Ermengarda per Carlo Destro. La parola poetica della tragedia contemporanea così messa in scena è ridotta all’osso: semplice ed elementare, ma proprio perciò incisiva ed evocativa.[…]

– Lenz Rifrazioni ri-pensa l’Adelchi
di Francesca Di Fazio, PAC-PaneAcqua Culture_18 dicembre 2014
Un’Ermengarda rattrappita e spaventata sbuca da dietro pannelli di tessuto bianco che coprono le pareti della sala lungo il perimetro. Perduti nel ricordo della madre che non ha più, i suoi respiri affannosi si mischiano alla sua voce registrata, che durante lo spettacolo si alterna alla voce naturale dell’attrice. Comincia così l’allestimento di Lenz Rifrazioni ispirato alla tragedia di Manzoni, presentato al performing arts festival Natura Dèi Teatri a Parma. La drammaturgia, curata da Francesco Pititto, mantiene ben poco di quel che è il testo dell’Adelchi: il linguaggio non è quello di Manzoni, le battute rimaste sono scarne ed essenziali, giocate su ripetitività e intensità di silenzi; esse si modellano sulla sensibilità dei tre interpreti, tutti formatisi nei laboratori teatrali di Lenz rivolti a persone con disturbi dello spettro autistico, realizzati in collaborazione con Ausl di Parma – Dipartimento Assistenziale integrato di Salute Mentale. Il lavoro sull’Adelchi è, per la regia di Maria Federica Maestri, soprattutto un lavoro sul personaggio di Ermengarda, figura-simbolo di donna, di tante donne condannate al dolore dell’abbandono, costrette da un sentimento bruciante ad avanzare verso le proprie ceneri, da eros a thanatos. La giovane attrice Carlotta Spaggiari, affetta da disturbi dello spettro autistico, esprime delicatamente il disorientamento disperato di Ermengarda, con un disciplinato distacco che rende l’interpretazione più mentale che emotiva. Franck Berzieri, già interprete di altre creazioni Lenz, è impegnato nel duplice ruolo del padre Desiderio, un padre sonnolento che non capisce i silenzi della figlia ammutolita dal dolore ma grida vendetta per difendere il suo onore, e in quello di Carlo Magno, un re gradasso e vecchiotto. Incisiva la scena dell’incontro tra Carlo Magno ed Ermengarda: essa vede il re con solo le mutande addosso mentre tenta di circuire l’esile e silenziosa Ermengarda che, attratta e al contempo spaurita dal sentimento che prova, più volte si avvicina e si accoccola sulle gambe del re francese per poi staccarsi improvvisamente con un sussulto, in un delicato andirivieni senza soluzione, in un movimento da metronomo, in una danza dell’amore impossibile. Adelchi, interpretato da Carlo Destro, è un giovane valoroso che tutto farebbe per riscattare la sorella ma l’unica vera azione che riesce a compiere in questo adattamento è farla giocare assieme a lui ad un’immaginaria partita a tennis, che le strappa qualche risata di bambina. È il figlio eccellente che muore nella guerra scatenata dal padre Desiderio contro Carlo Magno, motivo di rimpianto da parte del padre che, disperato, continua a ripetere: “non c’è speranza, atroce è la guerra, io l’ho voluta, io ti ho ucciso”. La sala è divisa orizzontalmente da pannelli di tessuto bianco semitrasparente: si crea una scenografia dell’ideale in cui lo spazio è diviso in tre zone che allontanano sempre di più i personaggi dallo spettatore. Ermengarda, dapprima occupante lo spazio antistante al pubblico, esalerà l’ultimo respiro (dopo una lunga serie di strazianti urla) nella zona più in fondo, velata ma visibile ai nostri occhi, su un canapé bianco ricoperto da un leggerissimo telo di plastica, a ricordare le sedie imballate di Christo e Jeanne-Claude. La scenografia, prevalentemente bianca e polverosa, essenziale e rigorosa, di grande impatto, comprende le video-installazioni di Francesco Pititto: la sua “imagoturgia” proietta sui pannelli trasparenti diverse immagini filmiche che accompagnano la visione durante tutto lo spettacolo. Il disegno delle luci è particolare e precisissimo, quasi un’installazione luminosa, con tagli strettissimi a forte contrasto che modellano i personaggi in immagini caravaggesche. Nel complesso quest’Adelchi è una creatura che ha concentrato tutta la propria energia cinque centimetri sopra la testa, staccandosi dal corporeo e dall’emotivo: è studiata, pensata, riflettuta, elucubrata.

– Il romanticismo tedesco secondo i Lenz
di Laura Bevione_Amandaviewontheatre _16 dicembre 2014
Da qualche anno Amanda segue con interesse il lavoro di una compagnia schiva e lontana dai circuiti teatrali noti ma impegnata nel condurre con coerenza e passione un proprio percorso artistico e umano. Si parla di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto, ossia i parmensi Lenz Rifrazioni che, da qualche anno, conducono una fruttuosa collaborazione con il Dipartimento Assistenziale integrato di Salute Mentale dell’Ausl di Parma. Frutti di alto valore artistico di questa “sinergia” sono i due capitoli di un progetto dedicato a Manzoni, condotto con alcune persone affette da “disturbi dello spettro autistico” che Maestri e Pititto definiscono “attori sensibili” e sfociato nella messa in scena, lo scorso anno, dei Promessi Sposi, e, quest’anno, dell’Adelchi. Una tragedia, quest’ultima, che i Lenz incentrano sulla figura della “sventurata” Ermengarda che, sulla scena, è la straordinaria Carlotta Spaggiari che aderisce con il corpo e con l’anima al suo personaggio, di cui riesce a restituire con impareggiabile e profondamente commovente autenticità l’inaudita sofferenza.

– L’Adelchi sensibile di Lenz Rifrazioni
di Francesco Colaleo, Il Pickwick.it_15 dicembre 2014
Il 9 dicembre è andato in scena l’Adelchi della compagnia Lenz Rifrazioni. Lo spettacolo è parte integrante della diciannovesima edizione di Natura Dèi Teatri Festival: dieci creazioni internazionali ispirate a I due piani, tema concettuale che, dopo Ovulo nel 2012 e Glorioso l’anno seguente, conclude il progetto triennale alimentato dalle intuizioni filosofiche di Gilles Deleuze. Il lavoro di ricerca di Lenz Rifrazioni è ampio e diversificato: ricerca visiva, filmica, spaziale, drammaturgica e sonora. La capacità di approfondire tensioni filosofiche e inquietudini estetiche della contemporaneità, traducendole in segniche visionarie, è il tratto distintivo di questa compagnia sperimentale che dal 1986 conduce la propria ricerca teatrale. È un percorso che nel tempo ha visto privilegiata la cultura italiana, imponendo una riflessione profonda sulla potenza poetica e la retorica della lingua italiana. Dopo I Promessi Sposi, continua il progetto biennale dedicato all’opera di Alessandro Manzoni con una creazione ispirata all’Adelchi. Gli interpreti sono Carlotta Spaggiari nel ruolo di Ermengarda, Carlo Destro in quello di Adelchi e Franck Berzieri nella duplice interpretazione di Desiderio e dell’imperatore. I tre attori, con sensibilità autistica, si sono formati nel laboratorio che Lenz realizza dal 2000 in collaborazione con il Dipartimento Assistenziale integrato di Salute Mentale dell’Ausl di Parma. L’obiettivo del laboratorio è di permettere agli interpeti, affetti da disturbo dello spettro autistico, di poter trovare un canale espressivo attraverso il quale esprimere le proprie emozioni. I classici della letteratura fungono da terapia intensiva, sono lo strumento adatto a manifestare il non detto. Attraverso una drammaturgia delineata si ripercorrono schemi sociali legati all’archetipo umano e ai suoi bisogni. L’installazione multimediale e gli elementi plastici dell’Adelchi sono di grande impatto visivo: sono tre gli spazi scenici demarcati da dei velatini che rendono perfettamente l’effetto nebbia. I video, accuratamente selezionati e proiettati in circonferenze restringenti, guidano lo spettatore durante la vicenda e gli assicurano un viaggio sensibile e fortemente visivo. La regia e l’installazione sono curati da Maria Federica Maestri. In un clima teso si compie il comune destino mortale dei due fratelli: Ermengarda e Adelchi. L’attrice è, fin dall’inizio, presenza speciale sulla scena: camminate iper percettive, un recitato delicato e struggente, una femminilità leggera e mai dimostrativa. Ermengarda esprime l’abbandono, il dolore del corpo e dello spirito che la indurrà ad urlare e a rivolgersi alla Provvidenza con un disperato bisogno di integrazione ed amore. Nel suo personaggio vivono altre figure femminili delle quali lei stessa è proiezione: chiarissimo il richiamo ad Ofelia di Sheakespeare. “Adesso ascolto la mia voce e la sua”, dice Ermengarda nell’attesa di risvegliare il senso dell’udito per una più acuta comprensione del suo sentire. “Amor tremendo è il mio”. I due fratelli sono come due cani fedeli e docili. L’impianto audio è totalizzante ed ogni suono, amplificato nella sala, traduce le vibrazioni dello spirito in gesto poetico. Siamo in un notturno sospeso tra le assordanti lacrime di chi non parla: “Pourquoi tu parles pas?” dice l’imperatore a Ermengarda. L’epilogo della tragedia è il suicidio come gesto di negazione del sé. Adelchi prima di morire, dirà che sulla terra  “non resta che far torto o patirlo”, espressione opponibile ad una concezione provvidenziale del dolore. Lo spettacolo termina nel silenzio dopo lo strazio. Il pubblico è concentrato e, prima di applaudire, respira profondamente. Manca forse un ritmo incalzante, la cui assenza è giustificata dal volontario desiderio di dilatare lo spazio ed il tempo. Lenz Rifrazioni conferma la qualità di un lavoro epidermico e sensibile che indaga il linguaggio contemporaneo, capace di parlare ad una coscienza collettiva culturalmente costituita e ben radicata nell’humus sociale.

– A Parma lo storico Festival di teatro di ricerca Natura Dèi Teatri di Lenz. Il Sindaco Pizzarotti: “Idea innovativa”
di Anna Monteverdi, La Spezia Oggi_10 dicembre 2014[…] Infine il debutto dell’ Adelchi di Manzoni nella versione di Lenz con i suoi attori sensibili al tempo dell’Arte senza tempo, all’attimo infinito in cui, nel nero del firmamento, la luce stellare sembra pulsare come un cuore umano, per poi svanire quando sorge l’aurora. Dopo il macroallestimento de I promessi sposi nel 2013, il progetto biennale dedicato all’opera di Alessandro Manzoni prosegue con «una riflessione profonda sulla potenza poetica della tragedia» che vede in scena tre attori sensibili formati nel laboratorio permanente realizzato da Lenz Rifrazioni in collaborazione con l’Ausl di Parma – Dipartimento Assistenziale integrato di Salute Mentale: «In questo progetto scenico» spiegano Maria Federica Maestri e Francesco Pititto «si sostanzia la ricerca pluriennale di un “verbo” pedagogico che renda le persone affette da disturbi dello spettro autistico in grado di esprimere le emozioni silenziate attraverso le stimolazioni drammaturgico-sensoriali dell’esperienza teatrale. Attraverso questo processo si ribalta la prospettiva dalla quale guardare alla sensibilità: gli apparenti limiti cognitivi e comportamentali delle persone sensibili non sono più sintomi di un deficit patologico ma divengono elementi da elaborare e tradurre in linguaggio estetico contemporaneo, attraverso il confronto e l’agone – anche fisico e vocale – con i classici».

 

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